Essere Tsipras, oggi

Era facile essere Alexis Tsipras il 26 gennaio, diciamocelo: giovane, vincente, iconosclasta. Una sorta di George Best in salsa tzatzìki, tanto per perpetrare uno di quegli stereotipi etnici tanto cari alla stampa italiana in questi mesi. Di sicuro non avrebbe potuto far rimpiangere i suoi predecessori, ecco, visto che quelli rimasti estranei alla storiaccia dei conti truccati per rispettare i parametri di Maastricht, sono quelli che hanno poi contribuito all’applicazione delle non esattamente popolarissime misure di austerità imposte dai creditori.

Era facile essere dalla parte di Tsipras, un po’ meno essere Tsipras, già dal giorno successivo alle elezioni. Perché il greco è un europeista convinto e di abbandonare quella traballante somma di individualismi chiamata Europa non ci ha pensato nemmeno un secondo. Non ha mai parlato di Grexit, neanche quando sarebbe stato lecito lasciarlo pensare, neanche solo per avere una freccia in più nella faretra da portare ai negoziati. Troppo idealista, l’uomo Tsipras, e pazienza se questo ha finito col mettere i bastoni tra le ruote al Tsipras politico.

Quella consumata sulla pelle della Grecia, però, è stata una storia prima di tutto umana. Una storia di uomini e di donne. Di uomini, di donne e dei ruoli che sono stati chiamati a interpretare in questo complesso scenario. Una storia raccontata attraverso lunghe, lunghissime attese e improvvisi colpi di testa. Come quello di indire il referendum, ad esempio, un pezzetto di storia che, a poterlo raccontare personalmente, Vladimir Propp avrebbe definito “infrazione”. Perché quello è l’esatto istante in cui il leader di Syriza ha deciso di diventare grande, di mettere da parte il lato umano e di sfidare a musoReferendum Grecia, vittoria del duro quelli che erano seduti dall’altra parte del tavolo. È andato all-in, per utilizzare un abusato termine pokeristico, consapevole di non avere punti in mano.

È andato all-in nella vana illusione di poter tornare a Bruxelles e trattare da una posizione di forza, il giorno dopo l’annuncio della consultazione popolare. E’ andato all-in, esattamente come fanno tutti quelli che non vogliono aspettare di essere messi all’angolo per fare la mossa della disperazione. Ha provato a far saltare il tavolo e dall’altra parte si sono limitati a vedere fino a dove sarebbe stato disposto ad arrivare. Ed è questo il punto della storia in cui essere Alexis Tsipras è diventato difficile. Dannatamente difficile.

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Assistere impotente all’ineluttabile trascorrere degli eventi, sentirsi insignificante, ma dover comunque reggere il peso di una nazione. Contare i giorni che mancano ad un referendum che avrebbe avuto senso nella sola misura in cui sarebbe dovuto restare una minaccia, una sottile forma di deterrenza. E ancora, dover fare campagna per il no, quando qualsiasi persona di buon senso, in quella posizione, avrebbe sperato che stravincesse il sì. Certo, le cronache del giorno dopo parleranno di un Varoufakis intenzionato a portare alle estreme conseguenze il mandato popolare ottenuto tramite il referendum. Aveva un piano, si dirà. La verità è che Varoufakis era bruciato da un pezzo, dalle famose registrazioni clandestine all’Eurogruppo di Riga probabilmente, e che la sua estromissione dal negoziato è arrivata giusto in tempo per salvaguardarne l’integrità, anche in vista di una futura leadership. E forse sì, a Tsipras è mancato il coraggio di andare fino in fondo nel bluff, forse sarebbe riuscito a strappare condizioni leggermente migliori se fosse riuscito a soffocare ancora un po’ il suo lato umano. Forse.

Quello che è certo è che essere Alexis Tsipras è diventato semplicemente insostenibile quella notte, domenica notte, il momento in cui è emerso con maggiore drammaticità l’isolamento internazionale della Grecia e del suo primo ministro. La notte del “waterboarding mentale”, come l’ha definita il Guardian, quelle diciassette ore in cui i partner europei erano decisi a non accettare nulla che non fosse una resa incondizionata. Tanto da spingere Renzi e Hollande, diranno i retroscena, a protestare energicamente e a tratteggiare un asse che, non fosse arrivato così tardi, poteva lasciare immaginare una conclusione ben diversa.

discorso-tsipras-parlamento-europeo-orig_mainMa era già troppo tardi, era troppo tardi da un sacco di tempo. L’Europa del rigore non poteva permettere che una tale insolenza restasse impunita; il fuoco doveva essere restituito agli dèi, la ribellione soffocata sul nascere. E Alexis Tsipras, eroe tragico della nostra storia, non poteva vincere, non questa volta, non senza sacrificare una considerevole e dolorosa parte di sé. Ha scelto di essere l’uomo che ha salvato la Grecia invece del politico che ha provato a cambiare l’Europa, con buona pace delle groupies antieuropeiste dell’ultima ora, accorse ad Atene tifando lo strappo: non lo ammetterà mai nessuno, ma ricacciando il fantasma dell’uscita dall’euro, in bilico com’era sul ciglio del baratro, Tsipras ha spinto un po’ più in là anche loro.

Essere Alexis Tsipras, oggi, vuol dire aver perso la battaglia, certo. Ma con i governi di Francia e Italia prossimi ad affrontare i propri antieuropeismi interni e le recenti defezioni di BCE e Fondo Monetario Internazionale dal fronte degli intransigenti, la guerra si preannuncia tutt’altro che vicina alla conclusione. E in più, chissà, a novembre la Spagna sarà chiamata a rinnovare il proprio parlamento, l’ipotesi di un asse dell’Europa meridionale potrebbe diventare a quel punto una possibilità concreta.

L’Europa dei popoli sta attraversando una pesante crisi di rigetto nei confronti dell’Europa della finanza e Tsipras dovrà affrontarla consapevole di aver perso tutta l’ala massimalista di Syriza, ma non il suo elettorato, che un recente sondaggio del quotidiano Efimerida Ton Syntakton attesta attorno al 42,5%. La sfida al cuore dell’Europa, insomma, riparte ancora una volta da Atene.

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