Oltrepassare le colonne d’Ercole: uno sguardo sul tempo che scorre

Walking across the sitting-room, I turn the television off.
Sitting beside you, I look into your eyes.
As the sound of motor cars fades in the night time,
I swear I saw your face change, it didn’t seem quite right.
…And it’s hello babe with your guardian eyes so blue
Hey my baby don’t you know our love is true.

Inizia così, Supper’s Ready, uno dei brani più lunghi dei Genesis, gruppo inglese di progressive rock degli anni 70.

Il brano è un racconto vero e proprio diviso in capitoli e paragrafi e partendo da un abbraccio di due amanti ripercorre tutta la storia dell’umanità fino ad una Apocalisse che si conclude con la definitiva ed inesorabile vittoria del bene. Metafore, giochi di parole, intrecci di onomatopee, veri e propri scioglilingua sono il tessuto narrativo che si intreccia nelle nostre orecchie. Un brano lungo ventitre minuti e sei secondi. Ma chi può passare tutto questo tempo ad ascoltare (un ascolto attivo, non passivo da radio mentre si guida in automobile) ed arricchirsi con questo pezzo di arte? Propongo “davvero pochi” come risposta.

Oggi viviamo in un tempo puntillinistico (Bauman, sempre lui) durante il quale “passiamo da un consumo ad un altro” e così via vivendo dei momenti separati l’uno dall’altro, nettamente e concettualmente. Emotivamente il tempo è diventato una rara e preziosa moneta con cui quantifichiamo e qualifichiamo la nostra vita.

Genesis Foxtrot rock

la cover di Foxtrot, album dei Genesis da cui è tratto Supper’s Ready.

 Intrappolati tra un “vorrei” ed un “ma non posso”, rinunciamo sempre di più ad acculturarci, ad arricchirci e di conseguenza evolverci “per fare cose utili”. La scrittura (narrazione, musica, arte e di conseguenza cultura) da “tekné del se”, da strumento che ha dato il via all’evoluzione umana, alla ricerca, all’avvolgersi del nastro in avanti, è passata ad essere un superfluo senza utilità. Da fast forward a rewind, accoccolandoci in cose che conosciamo e in cui ci sentiamo protetti, lontani dal navigare de-sidera: automi, forse, incatenati da protocolli ora-et-labora.

Genealogie_der_Moral_cover

Genealogia della Morale di Friedrich Niezsche.

Nietzsche nel suo Genealogia della Morale parla di due figure che utilizzano il tempo in maniera opposta: da una parte i chierici che con le loro restrizioni religiose si abbarbicano ad una negazione, di fatto, alla vita; dall’altro lato i guerrieri che con il loro sempre cercare battaglia impiegano il tempo vivendo, muovendosi lontano dal concetto di momenti, ma perseguendo un “si alla Vita” che è estremo e tendente all’eterno. La cosa che più si può avvicinare alla realtà sta in mezzo a queste due vie.

Nonostante ci reputiamo esseri umani evoluti, rispetto ai secoli passati siamo decisamente “meno umani”: in passato la cultura andava ricercata per tutta la vita e sin dai grandissimi maestri filosofi greci fino a Seneca, Leopardi, Foucault, Morin, la conoscenza del mondo era condizione necessaria per poterci vivere dentro. Noi, in molti modi, questo mondo non lo conosciamo, anzi, ne conosciamo soltanto la parte che sta sotto al nostro naso, anche chi viaggia spesso e chi ha conoscenze di nazioni diverse dalla propria.

In cosa differisce una conoscenza reale da una esperita? Innanzitutto dall’esperienza che si fa, che rimane sempre ancorata ad un vivere quell’attimo, legato ad un solo istante e delle singole persone. Poi la conoscenza reale è quella “pensata”, anche “immaginata” e “desiderata”. Intrappolati come siamo in una visione utilitaristica delsapere”, tralasciamo sempre più quello che ci ha reso umani più dell’umano che eravamo: l’arte, la cultura personale (che varia in base ai gusti, ai desideri, al potere immaginativo del nostro pensiero).

Oggi siamo sempre più propensi a tralasciare il godimento di ciò che ci ha avvicinato sempre di più ad entità superiori all’uomo: l’Arte, la Musica, la Letteratura. Salgari ci dovrebbe insegnare più di tutti quello che la conoscenza del desiderio, quella forza propulsiva della curiosità che può anche portare alla scoperta di innovazioni “pratiche” che favoriscono il benessere anche nelle piccole cose: Sandokan, le Tigri della malesia, i pirati, i paesaggi, tutto inventato, immaginato attraverso la conoscenza reale, desiderata, immaginata dei luoghi e delle cose; Salgari in Malesia non c’è mai stato, di pirati non ne ha mai visti, eppure quelle storie, quei luoghi sono così verosimili da poterne sentire i profumi e vedere i colori. Potenza della scrittura.

La musica dal canto suo ha sempre seguito questa strada, dal rock psichedelico (e psicoattivo) alla canzone di protesta: conoscere non vuol dire esperire per forza, ma anche rielaborare e “pensare” a cose che “si conoscono”. Passare da un tempo puntillinistico ad un tempo circolare dove la fatica dell’esecusione perfetta dell’artista/scrittore/musicista è un tempo sacro, immanente che non ha prezzo se non quello dell’eternità impossibile da quantificare ed anche immaginare.

Donna indiana racconta con lo scroll

Una tipica esibizione delle donne Chitrakar mentre espongono e cantano le storie degli “scrolls”.

Come i Patrachita del West Bengala, che oltre ad un valore artistico hanno anche un valore pedagogico e rielaborativo: su questi rotoli (Scrolls) le donne Chitrakar, espongono immagini e storie della propria cultura, del proprio vissuto, storie di identità culturali finanche eventi catastrofici come l’11 Settembre, lo Tsunami o semplicemente storie sulla condizione della donna e conoscenze scolastiche e mediche (come le malattie sessualmente trasmissibili). Mentre lo scroll si srotola (come il fiume eracliteo dove si sta in un qui ed ora) la narratrice accompagnata dalla musica, appositamente composta, narra le immagini che mano a mano passano nel tempo: un tempo circolare, che nel suo passare non se ne può valutare la quantità ma la qualità.

Ecco allora che si arriva ad avere anche una visione dello sguardo che ha l’uomo di oggi: uno sguardo acuto, puntato su poche, piccole cose, utili al suo sostentamento nel passare del tempo tra un consumo all’altro, facendo perdere la concezione dell’eterno e del proprio Io interiore (o dell’anima, se preferite). Uno sguardo poco ottuso, poco aperto, per nulla curioso, anzi timoroso davanti ai vari spaesamenti che si potrebbero vivere: quel senso di vertigine, di infinito leopardesco che spinge le sensazioni e le emozioni al massimo, dando al cuore, alle interiora (le entranas di Maria Zambrano) il giusto posto a fianco del pensiero razionale di cui, da bravi chierici, siamo succubi.

Ne “Lo Sguardo di Ulisse” di Angelopoulos il protagonista vive una scena di incredibile potenza esplicativa sul cosa vuol dire lo scorrere del tempo moderno nella visione occidentale della realtà: in una unica scena il protagonista rivive vari capodanni scanditi dalla musica, un passare del tempo che avviene nella stessa stanza ma che fa passare anni, decenni, da un momento all’altro in una decina di minuti evidenziando come l’importanza del tempo è assolutamente legata alla nostra emozionalità ed alla qualità del tempo, agli avvenimenti che ne segnano lo scorrere.

Angelopoulos in quella scena sottolinea ancora una volta che dobbiamo assolutamente vivere il tempo significandolo, dandogli un valore non quantitativo ma qualitativo, affinchè il cocnetto stesso del tempo rimanga nella memoria, affinchè la memoria abbia ancora valore.

Diventare guerrieri ed abbandonare gli ornamenti da chierici. Dire sì alla vita, incondizionatamente, costi quel che costi, per sentirci ancora umani, perché non si è mai troppo umani, non si è mai abbastanza umani.

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