“Per una satira migliore”: lettera aperta a Emilio Giannelli

Egregio signor Giannelli,
le scrivo per confessarle che ero tra quelli che non avevano capito la vignetta. Sa, mi ero fermato al primo livello di lettura, semplice come sono, parlo di satira da quando ne ho memoria eppure non ne ho ancora acquisito le basi alla perfezione. Mi ero detto “oh, vuoi vedere che Giannelli sta con quelli di Casale San Nicola? E magari ci crede davvero alla storia che chi scappa da guerre lontane, venga qui a rubare le case alla povera gente”.

Giannelli satira razzismo

La vignetta di Giannelli apparsa sul Corriere della Sera

Non che ci sarebbe stato niente di male eh, sia chiaro signor Giannelli, lei è libero di dare il taglio che vuole alla sua satira, la libertà di pubblicare quel cazzo che le pare non devo di certo concedergliela io. Ha un editore per questo. E poi siamo in Italia, si è guardato attorno? Facciamo quasi esclusivamente satira reazionaria, sarebbe stato in buona compagnia. Brignano, Panariello, il Bagaglino. Persino Crozza, che piace a tutti, ma proprio a tutti tutti, campa dicendo quello che la gente ama sentirsi dire. Leggevo un articolo dell’Atlantic qualche giorno fa e ‘sti americani si chiedevano come mai lo stand-up comedy, lì da loro, fosse monopolizzato dalla sinistra liberal. Riesce a crederci? In Italia verrebbe quasi da farsi la domanda opposta. Ma sto divagando.

Il fumettista satirico Emilio Giannelli

Dicevo, mi ero un po’ spaventato. Ora che lo dico a voce alta mi sento anche un po’ coglione, ma è stato più forte di me, mi creda. Appena ho visto questi soggetti, quelli che ha tratteggiato con la pelle scura, quelli accanto alle donne coperte dall’hijab insomma, che erano lì a far nulla e a guardare la tv, beh, sono scattato in piedi. Poi dall’altra parte c’era la famiglia bianca, col fanciullo terrorizzato e il nonno a carico. Mi ero messo in testa che quel padre di famiglia, severo ma giusto, potesse essere uno di quelli che un certo tipo di narrazione assurge a eroi del quotidiano, uno di quelli che fa i blocchi accanto a Casapoud, per capirci.

E sa cos’ho pensato? Ho pensato che quella non fosse satira, ma raccattare consenso pasteggiando con la carcassa delle vittime. Perché non ci vedevo alcuna sfida al Potere, nessuna banalizzazione del male, neanche l’ombra di uno sberleffo al pensiero dominante.

Poi però, ho letto la sua intervista al Fatto Quotidiano e in un attimo tutto è tornato chiaro. Ha detto che abbiamo tutti bisogno di un’iniezione di fosforo, che abbiamo perso il senso dell’ironia, che la vignetta rappresenta un sentimento e che lo ridicolizza. Perché “la satira è anche paradosso”. Non sa quanto ha ragione, signor Giannelli, abbiamo smesso di saper ridere, è uno dei mali del nostro tempo. Mi permetto solo di farle notare che se una battuta ha bisogno di una pagina di giornale, il giorno dopo, per essere spiegata, forse quella battuta non era esattamente un capolavoro. Una roba tipo quella degli animatori dei villaggi turistici che sparano una freddura e poi scuotono parallelamente pollice e indice, per evidenziarne il doppiosenso. Sempre libero di pubblicarla eh, sia inteso, lo ripeto ancora una volta affinché sia chiaro anche a quelli che fin dall’inizio non hanno capito cosa diavolo volesse dire essere Charlie. Perché la libertà di satira non si tocca, ma il diritto alla critica è sacrosanto, a maggior ragione nei casi in cui criticare diventa quasi un dovere. (E a proposito, me lo dice in privato se almeno quelli che gliel’hanno pubblicata, la vignetta, l’hanno capita?)

Manifestazione a Casale San Nicola contro gli immigrati in arrivo

Sa che c’è, signor Giannelli? Che io sono limitato e anche un po’ coglione, lo ammetto. Ma lei deve spiegarmi per quale ragione il lettore medio del Corriere della Sera (che non è Cuore nè Il Male, come saprà meglio di me) avrebbe dovuto interpretare quel rettangolino di carta nel modo in cui lo ha pensato lei. E se rimane tempo potrebbe anche chiarirmi il motivo per cui, potendo scegliere tra cinquantasei sfumature di scrittura umoristica, ha scelto di utilizzare proprio il paradosso, che è notoriamente il più difficile da rendere, figuriamoci nello spazio di una sola vignetta.

Le racconterò una storia, che probabilmente non conoscerà, riguardo l’utilizzo non del paradosso ma della parodia, che però funziona bene uguale: nel 2005 un utente di christianforums.com, tale Nathan Poe, scrisse un post contro l’evoluzionismo, con l’intento di parodiare la retorica cattolica ultra-conservatrice. In realtà non ci sarebbe stato modo di distinguere la parodia da un’opinione reale, se non avesse accompagnato tale messaggio con un emoticon. Questo avvenimento apparentemente irrilevante, sarà ripreso dal Daily Telegraph nel 2009, che ne ricaverà quella che è tutt’ora conosciuta come la Legge di Poe, ovvero l’impossibilità di parodiare il fondamentalismo partendo dal fondamentalismo stesso, a causa dell’eccessiva aderenza dell’artefatto alla sua controparte reale, con cui verrebbe inevitabilmente confuso. Tutto questo per dire cosa? Esatto, che avrebbe dovuto fare il gesto con l’indice e il pollice, per rendere comprensibile quella vignetta.

Perché io non ce l’ho con lei – come potrei? – ma vorrei evitare che quelli che nei giorni scorsi si divertivano ad accendere falò con i mobili dei rifugiati, domani potessero giustificarsi affidando al Fatto Quotidiano le ragioni di un incompreso episodio di slapstick comedy. Oppure che quel consigliere della Lega marchigiana che proponeva l’olio di ricino per il prefetto Gabrielli, possa trincerarsi dietro il black humor, che tanto è tutto soggettivo e quindi “liberi tutti”.

Vincino satira La vuole la verità, caro signor Giannelli? Io credo che se non sappiamo più ridere, sia anche un po’ colpa vostra. Qualche mese fa Vincino, che gira le università italiane per raccontarci quale meraviglioso strumento di verità sia la satira, pubblicava sul Foglio una gustosa vignetta che ritraeva Maria Elena Boschi accucciata sotto la scrivania di Matteo Renzi; credo di non aver capito neanche quella, anche perché pensare di averla capita, le confesso, mi fa un po’ paura. Ogni generazione ha la satira che si merita, lo so, e forse questa non è la migliore generazione di sempre. Ma nella mia distorta e idealista testa di minchia, proprio a questo serve la satira, a rendere un po’ migliore un piccolo pezzo di mondo alla volta. E questo pezzo di mondo, signor Giannelli, merita una satira migliore di quella che ha prodotto sabato.
Grazie per l’attenzione.

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