“L’Italia ripudia la guerra”, ma ne vende le armi.

2.650.898.056 euro. È il “valore globale delle licenze di esportazione definitiva” dell’industria bellica italiana nella definizione burocratica che ne dà l’ampia relazione – 1.281 pagine – sulle “Operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” relativa al 2014 consegnata dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio lo scorso 30 marzo alle commissioni permanenti del Parlamento. Un obbligo di legge fin dal 1990, quando la legge n.185 del 9 luglio ha posto fine all’epoca del segreto di Stato – in cui non vi era alcun controllo parlamentare sulle esportazioni – vigente fin dal 1941.

guerra-soldi-sito-600Tradotto dal burocratese, significa che lo scorso anno l’Italia ha concluso contratti relativi all’export di armamenti per un valore di 2 miliardi 650 milioni di euro, con un incremento del 23,3% rispetto al 2013, quando l’export si era fermato a 2 miliardi 149 milioni di euro, in flessione (-48,55%) rispetto al 2012.

Insomma: l’Italia ripudia costituzionalmente la guerra, pur affidando all’industria bellica il ruolo di settore trainante per uscire dalla crisi economica, come dimostra la vera e propria campagna promozionale – sulla cui legalità si nutrono ancora forti dubbi – realizzata nel 2013 con la portaerei Cavour. Ruolo di prim’ordine spetta a Finmeccanica, una delle industrie più importanti del sistema di potere italiano, che “pesa” sulle nostre esportazioni di armamenti per un miliardo 493 milioni di euro attraverso le tre controllate Agusta Westland (590 milioni), Alenia Aermacchi (563) e Selex Electronic System (340).

Lo scorso anno sono stati soprattutto i governi del Regno Unito e degli Emirati Arabi Uniti – rispettivamente con una spesa di 305 e 304 milioni di euro – ma il portafogli-clienti dell’Italia vede tanto grandi democrazie come gli Stati Uniti o la Germania quanto regimi autoritari quali l’Arabia Saudita o lo Yemen, a cui l’Italia ha venduto componenti per bombe partite dal porto di Genova. Come un perfetto warlord che si rispetti, l’Italia vende peraltro armi ad entrambe le parti in causa nel conflitto russo-ucraino (autorizzazioni per quasi 11 milioni di euro in totale), nonostante le dichiarazioni di vicinanza a Kiev e tenendo fede agli stretti legami pluriennali sull’asse Roma-Mosca.

L’Italia ripudia la guerra ma non l’export di armiConti correnti bellici
Non bisogna dimenticare, peraltro, come nel settore delle armi sia di fondamentale importanza il ruolo delle c.d. “banche armate” (qui l’elenco aggiornato al 2014). Leader nel settore gli istituti bancari stranieri (pdf), che per il 2014 vedono in prima linea Deutsche Bank, Bnp Paribas e Barclays. Dei 2.551.997.250 euro del settore bellico transitati dai conti correnti bancari, 281 milioni sono passati attraverso Unicredit (140 milion), Banco di Brescia (gruppo Ubi Banca, 114 milioni) e Banca popolare dell’Emilia Romagna (27).

Una relazione inutile?
Dal giugno 2012 – grazie al decreto legislativo numero 105 del 22 giugno – gli istituti bancari non sono più tenuti a chiedere l’autorizzazione al ministero dell’Economia per poter accettare le “transazioni belliche”. I controlli adesso si fanno solo a transazione effettuata, in un evidente mancanza di trasparenza per un settore “moralmente rilevante” come quello della vendita di armi, dove lo squilibrio di possibilità di pressione tra lobby delle società produttrici e gruppi di pressione della società civile va di pari passo ad una corruzione che pesa ogni anno 20 miliardi di dollari.

Il dlgs 105 ha peraltro abolito l’obbligo per il Presidente del Consiglio di riferire in Parlamento, stabilendo come unico parametro di legalità la presentazione della relazione entro il 31 marzo di ogni anno. Per otto anni questo ha significato una totale assenza dell’export di armamenti dalle discussioni di deputati e senatori. Il governo Renzi ha riportato in aula la discussione, ma la documentazione presentata – la prima che riguarda l’export sotto l’attuale esecutivo – è tutt’altro che trasparente. Scrive in tal senso Giorgio Beretta – uno dei massimi esperti italiani in materia – su Unimondo.org

La Relazione che governo Renzi ha inviato alle Camere lo scorso marzo è certamente corposa […] ma è carente di informazioni fondamentali, necessarie al Parlamento per esercitare quel ruolo di controllo che gli compete. […] Ma ancora più carente, tanto da risultare non solo inutile ma addirittura fuorviante, è la sezione curata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF)

i cui importi sulle transazioni bancarie si riferiscono a più anni e non riportano l’operazione a cui fanno riferimento né il destinatario degli armamenti (l’”utilizzatore finale”, come nominato in questa tabella).

La poca trasparenza permette, ad esempio, di far passare 10.000 pistole e fucili Beretta al regime di Gheddafi come “armi per scopi civili”, ed è solo grazie al lavoro d’inchiesta di Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo, che nel 2011 è stato possibile scoprire la diversa destinazione d’uso in un viaggio partito da La Spezia e arrivato in Libia non prima di essere passato per Malta. L’Italia ripudia la guerra ma non l’export di armi

Insomma: seppur in minima parte – poco meno di tre miliardi di euro sugli oltre 14,3 trilioni di dollari che l’Institute for Economics and Peace (Iep) indica come il costo totale delle guerre, pari al 13,4% del Pil mondiale – anche l’Italia dà il proprio contributo a quella cultura bellicista che è uno dei fondamenti delle migrazioni Sud-Nord del mondo. Una cultura in cui trovano facilmente spazio i nuovi neo-nazismi delle ruspe e delle frontiere chiuse.

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