Sincretismo musicale e liriche d’avanguardia: perchè Kendrick Lamar è un fottuto genio

Se mi chiedessero cosa ne penso del rap direi un bel niente, non mi ha mai attratto come genere e, anzi, l’ho sempre snobbato alla grande. Tutte quelle parole sparate come un colpo di rivoltella sembrano perdere significato, si accavallano tra di loro e inciampano in basi campionate sentite e risentite: insomma io e il rap saremo sempre due mondi differenti.

Il punto è che To pimp a buttefly parte da questo concetto di rap commercializzato e inflazionato e ne ricava un sottile capolavoro artistico musicale che da tanto tempo non mi capitava di incontrare. Stiamo parlando dell’ultima opera del ventisettenne californiano Kendrik Lamar, originario di Compton L.A., ennesimo erede della folle scena musicale della West Coast.

topimpi

È vero che oggi giorno il confine tra generi musicali è labile, che “sperimentazione” è la parola d’ordine se vuoi fare la differenza, ma riuscirci oh, quella è tutta un’altra storia. To pimp a butterfly in questo senso è più che altro un’idea, una raccolta di influenze che spaziano dall’hip hop al fusion, al jazz d’avanguardia. All’interno di quest’idea Lamar enuclea un complicato discorso che comprende la protesta sociale (la questione del razzismo è sempre in primo piano), qualche amore non ricambiato (“at first I did love you/ but then I just wanna fuck”) e svariati flashback come in Momma.

Every nigga is a star”, con questo coretto ci accoglie provocatoriamente Kendrik in Westlesy’s theory, primo brano dell’album firmato Thundercat, il mago del basso che ci regala la sua feature anche in These walls. To pimp a butterfly infatti vanta una schiera di collaborazioni da far girare la testa: a partire da Snoop Dogg che non può mai mancare, un Dr. Dre che compare brevemente sempre in Westley’s, Pharrell Williams che canticchia il motivetto ipnotico di Alright, George Clinton meglio noto come il leader dei Funkadelic, addirittura un Ronald Isley degli Isley Brothers e, infine, al sax contralto e curatore degli archi il Coltrane degli anni duemila Kamasi Washington. Insomma una grande orchestra agli ordini del giovane Kendrik, che certo non spreca la sua occasione.

TPAB esce a Marzo di quest’anno quando le vicende di Ferguson sono ancora fresche di stampa (how many niggas have we lost?), vicende alle quali Lamar non esita a rispondere in un’ampia parabola che porta ad un’esplorazione delle origini della popolazione afroamericana, fino ad affermare, dopo un lungo monologo in stile comizio in I, che  “Kendrik Lamar, by far, the realest negus alive”. La critica sociale e il motivo della discriminazione razziale compaiono ancora in Insititutionalized, sulla falsa riga di una fiaba, forse una sorta di catarsi autobiografica di quel little nigga che nel ritornello ricorda “what grandmama said: shit don’t change until you get up and wash your ass nigga”.

ciaookendrikSono questa violenza quasi gratuita e la franchezza un po’ ingenua che mi piacciono di Lamar, che nonostante tutto suona anche un po’ amareggiato e frustrato nel ricordare l’ambiente a lui ben noto, come testimonia in Hood politics. Una realtà che non regala niente a nessuno, che quasi ti fa perdere le speranze, finché il disco non esplode nel mistico inno rassicurante di Alright: “I’m fucked up homie, you’re fucked up but if God got us we gon’ be alright”.

Non dimentichiamo poi la musicalità di King Kunta, uno dei pezzi più gettonati dell’album grazie a quel ritornello che ti rimane letteralmente incastrato nelle orecchie, dedicato a Kunta Kinte, uno schiavo della Virginia del diciottesimo secolo il cui nome viene messo in contrasto dall’appellativo “King”, per sottolineare ancora una volta i divarichi della società moderna.

kendrick_animation_04_001Nonostante tutto questo impegno politico e sociale, rimane ancora l’ombra del rapper sornione che parla di donne come fossero pedine da scacchi, o addirittura di donne che sono l’incarnazione del diavolo come Lucy in For sale (precedentemente introdotta in For free). Infine tra un singhiozzo ubriaco e l’altro Kendrik ci urla che “loving u is complicated” in U, brano diametralmente opposto ad I nel contenuto così come nel ritmo: frammentato e accompagnato solo da un sax perso tra i lamenti di Lamar nella prima, scatenato e funky nella seconda.

Così tra sax psichedelici, tastiere sognanti e linee di basso liquide e pulsanti si conclude il lungo discorso da cui eravamo partiti: sotto tutte le difficoltà e le tragedie il messaggio è quello di provarci ancora, ogni mattina quando ci svegliamo, consapevoli che tutto questo in un attimo potrebbe finire.

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