Perché “In Time” non è poi così distante dalla realtà 

Care lettrici e cari lettori, nel mio articolo precedente avevo parlato del sempre più diffuso fenomeno delle breadwinners, e avevo brevemente accennato al fenomeno della mercificazione del tempo. Ora vorrei addentrarmi ancora più in profondità relativamente a tale fenomeno che interessa alcune fasce sociali in particolare.

in-time-movie-poster-21Alcuni di voi avranno visto In Time di Andrew Niccol. Per chi non l’avesse visto, nel film i personaggi crescono fino ai 25 anni; giunto il loro venticinquesimo compleanno, compare sul loro avambraccio un orologio digitale che li tiene costantemente informati su quanto tempo resti loro da vivere.

In questo mondo distopico, il tempo sostituisce il denaro, con una conseguente stratificazione sociale che costringe la povera gente dei sobborghi a trovare mille modi per vivere qualche ora in più e che regala invece a politici e imprenditori milioni di anni. Uno scenario sicuramente inquietante, in sostanza.

Personalmente credo che, una volta terminata la visione del film, sia limitante provare solo ed esclusivamente sollievo poiché la storia si impernia su una mera visione distopica e quindi, fortunatamente, non reale, almeno per il momento. Proviamo a riflettere sulla preziosità del tempo a noi concesso e facciamo caso, per una volta, a quanto siamo effettivamente liberi di scegliere come impiegarlo.

Partiamo dalle origini. Veniamo al mondo e siamo costantemente incoraggiati a esibire abilità (parlare, camminare) in anticipo rispetto ai nostri coetanei. I più fortunati iniziano la scuola un anno prima e, a ogni modo, durante il percorso di studio, la pressione esercitata sullo studente affinché finisca il prima possibile è altissima, dalle elementari sino all’università e oltre.

Ora, ipotizziamo (in modo estremamente riduttivo) che nel nostro Paese esistano solo due fasce di popolazione: i “ricchi” e i “poveri”. I “poveri” non possono permettersi di terminare gli studi universitari fuori corso, poiché le tasse sarebbero troppo alte. I “ricchi” hanno maggiore libertà di scelta in questo senso. Un punto a loro vantaggio.

time-movie-posterDurante il percorso di studi, è importante svolgere altre attività che corroborino la formazione curriculare. Ma i nostri “poveri” non hanno a disposizione le risorse di tempo necessarie perché sono impegnati a lavorare per contribuire al pagamento delle tasse. Due punti a favore della squadra dei “ricchi”. La necessità di essere multitasking è dunque destinata maggiormente ai “poveri”, che devono comprovare la validità delle proprie competenze senza poter esibire uno “scontrino” universalmente riconosciuto. Se la partita terminasse in questo momento, la vincerebbero i “ricchi”.

Il mio discorso può essere controverso e decisamente semplicistico, ma credo sia chiaro il punto in questione: i “nuovi poveri” possono permettersi da mangiare e avere di che vestirsi, ma non sono affatto padroni del proprio tempo. O comunque, lo sono certamente meno dei “ricchi”.  Questa prospettiva può essere allarmante se pensiamo che il denaro lo si può guadagnare, ma il tempo lo si va solo a perdere, e non ce ne viene regalato dell’altro. E perché il tempo “libero” è così importante? Perché è durante il nostro tempo libero che abbiamo la possibilità di conoscere noi stessi; è durante il tempo libero che riflettiamo sulle ingiustizie e le incongruenze del mondo che ci circonda. E, fintantoché ne avremo poco a disposizione, resteremo sempre docili e mansueti in un angolo, senza avere mai l’accesso ai vertici decisionali del sistema, tentando di guadagnare un po’ di tempo in più.

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