Radiohead, The King of Limbs – la recensione

Non avevo ancora scritto dei mostri sacri della contemporaneità su questo magazine online, me ne scuso, soprattutto con me stesso. Perché un magazine che vuole stare nella contemporaneità, vivere il presente, il qui e ora, non può esimersi dal dedicare spazio alla contemporaneità fatta musica.

Ho scelto di scrivere di The King of Limbs per molti motivi: intanto perché è l’ultimo in ordine cronologico, perché è “il” suono della contemporaneità, perché è un disco incredibile, perché i Radiohead si sono spinti ancora oltre il loro apice, perché è anche il più discusso e, infine, perché è facile, troppo facile dare un 10 a Ok Computer (the masterpiece!).the-king-of-limbs

I fan della prima ora del quintetto (sestetto, in pratica) di Oxford l’hanno trovato un disco mediocre. Io, da esigente ascoltatore di meraviglie musicali, l’ho trovato incredibile, anche ad anni di distanza dal primo ascolto, anzi, è proprio un gran bel vino che più invecchia e più diventa gustoso, con fragranze sempre nuove, profumi che ritornano e altri che si aggiungono misteriosamente sorso dopo sorso.

I Radiohead arrivano a questo album dopo lo sfavillante e semplicissimo In Rainbows (una perfetta collezione di – apparentemente – semplici, meravigliose canzoni) dato in pasto al pubblico tramite il pay as you want rivoluzionario (cioè si pagava quanto si voleva il download dell’album, anche solo versando le spese della carta di credito) e successivamente distribuito con una copia (eco-friendly) “fisica” nei negozi.

Neanche a dirlo, un successo pauroso! Se pensate che “vabbè sono i Radiohead, figurati se non si vende il loro disco nuovo” dovete considerare anche che il gruppo ha sempre spiazzato previsioni e idee anche minime su come sarebbe stato il disco successivo mandando allo sbaraglio critica e pubblico album dopo album. Quindi difficilmente sono un gruppo da all in per gli scommettitori. Dall’altro lato il gruppo ci ha sempre deliziato con grandissimi e rivoluzionari capolavori, alcuni molto schierati (Kid-A, Amnesiac e Hail To The Thief tutti di fiato, senza intermezzi mediocri) e con artwork e packages curati da quel popò di genio di artista che è Stanley Donwood.

The King Of Limbs invece spunta fuori dal nulla con un improvviso e accecante: ecco il nostro nuovo disco, prendete e mangiatene tutti. Così, su due piedi, senza avviso, dopo piccoli spoilers dell’artwork e cupe immagini del loro sito. Un colpo al cuore. Ricordo che corsi subito a comprare il download (rigorosamente dal loro sito, nessun altro posto, per i primi mesi) e uscito dall’ufficio lo misi subito nelle cuffie. Boom! Esplosione di guduria incredibile, tipo orgasmo multiplo, quando le prime note di In Bloom fecero capolino: scala in loop, drum machine sghemba, percussioni varie, il basso con un tempo tutto suo e poi l’esplosione “Open your mouth wide, a universal sigh”, l’apoteosi della poesia in due versi. Eccoli, son tornati i Radiohead, maledetti non ne sbagliano una, pensai eccitatissimo!

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Il tema ambientalista del disco si fa sentire parecchio anche musicalmente, richiamando la natura nei campionamenti, nei vocalizzi, nelle melodie: musica e parole primordiali, di una natura incontrastata dominatrice del pianeta, in tutta la sua bellezza, mentre, appunto, sboccia nelle nostre orecchie con quelle rincorse di fiati che ti spiazzano appena entrano. Un pezzo incredibile anche dal vivo. Morning Mr Magpie e Little by little ci riconsegnano i Radiohead nel tentativo di ricordarci com’è la forma canzone “classica” con un inaspettato ritorno delle chitarre, anche se melodie e ritmi rimangono sghembi e tesi, in tensione continua.

Lo spartiacque è Feral che ricorda un po’ The Gloaming ma che incarna alla perfezione l’inquietudine e l’oscura paura che la Natura può sprigionare: la Natura ci parla con un linguaggio a-sincrono, che va ascoltato attentamente, sussurrato, con ritmi tribali, profondi bassi e synth magnetici; mangrovie e ambient a braccetto.

La seconda parte del disco è decisamente più accogliente e ci consegna un Thom Yorke in splendida forma con l’appassionata Lotus Flower: singolone strappamutande con un video in cui il buon Thom si consegna ai nostri occhi come improbabile ballerino. Il video è molto particolare: una danza molto personale, una rivolta contro le coreografie meccaniche dove il corpo è unicamente un mezzo per dimostrare tecnica. Al contrario qui il corpo è espressione, interpretazione di emozioni. Thom Yorke, comunque la possiate pensare, è “la” voce più bella ed emozionante attualmente in circolazione, con quel testo poi è un’accoppiata micidiale. Roba da colonna sonora di un caldo sesso estivo. Natura su Natura.

the-king-of-limbs_116460Il disco si chiude con tre ballate che strappano applausi e anche qualche lacrimuccia di emozione. Codex con il ritorno del piano (uno ritmico e l’altro a fare da cascata di note “da schhogno”) e quella voce, incredibile che ci accompagna verso una timida esplosione di fiati a chiudere il pezzo che strappa applausi e ovazioni. Semplicissimo nella sua epica poesia, nel connubio tra testo e linee melodiche su ritmi minimali. Gli intrecci vocali di Thom Yorke, signori e signore. Niente di più per dei brividi e pelle d’oca da manuale.

Give up the Ghost è l’esempio perfetto: una chitarra acustica, un colpo sul legno a fare da cassa per il ritmo, Johnny Greenwood minimale sulla Telecaster, un minimo di psichedelia con tanto di uccellini sognanti perché l’alba è alle porte e poi quella voce, quella incredibile dolcissima e magnifica voce; date un multitraccia a Thom Yorke e il risultato è un brivido lungo un respiro profondo, lunghissimo. Ca-po-la-vo-ro!

Separator è il pezzo che chiude questo brevissimo disco (otto tracce, solo otto tracce!) e sembra di essere tornati a In Rainbows per la semplicità e bellezza di questa ballata in due parti che chiude perfettamente questo piccolo diamante, troppo sottovalutato, di uno dei gruppi più incredibili che solcano il nostro suolo. I Radiohead (lo sottoscrivo, poco importa) insieme agli Animal Collective sono l’unico gruppo rock che riassume in musica la nostra moderna contemporaneità: loro sono i punti di riferimento con cui chiunque deve fare i conti per potersi definire “grande”. I nostri genitori avevano i Beatles, John Lennon e Paul McCartney, noi abbiamo i Radiohead e, di conseguenza, Thom Yorke e Johnny Greenwood. Godiamoceli, in silenzio, al buio, con gli occhi chiusi: 8 al diamante che brilla al buio. Chiudo con un “if you think this is over then you’re wrong”. Certo, we want more!

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