Se la battaglia per l’anima della Grecia si combatte in centoquaranta caratteri

Da un po’ di tempo a questa parte, una cospicua fetta di opinione pubblica sembra aver sviluppato il mito della democrazia diretta. Credo abbia a che fare con Internet e con un certo tipo di democratizzazione dell’informazione, ma anche con l’esplosione dei social network e la relativa illusione di poter contare veramente qualcosa in relazione al numero di retweet ottenuti. Qualunque sia la causa, il dato di fatto con cui confrontarsi appare più o meno evidente a tutti: l’unica barriera all’accesso dell’agorà pubblica è rappresentata dallo sforzo mnemonico necessario a riportare alla mente la data di nascita di quel gatto che avete incautamente scelto come password di Facebook.

Jürgen Habermas, un brav’uomo la cui unica disgrazia è stata vivere abbastanza a lungo da vedere il proprio pensiero banalizzato da Diego Fusaro, aveva abilmente ricondotto la nascita della sfera pubblica all’evoluzione socio-culturale dell’allora neonata classe borghese. Ma cosa accade quando il processo di formazione del pensiero collettivo avviene all’interno di un ambiente saturo di input informativi (troppo spesso in contrasto tra loro) e in cui l’audience avverte l’irrefrenabile istinto di comunicare al mondo la propria opinione su qualsiasi tema? Ecco, ciò che accade è più o meno questo:

Boldi

Una porzione crescente di popolazione ha accesso ad una quantità pressoché illimitata di informazioni, e questo dovrebbe essere uno dei capisaldi ideali di qualsiasi discorso sulla democrazia. Ma un maggiore flusso informativo si traduce inevitabilmente in una maggiore propensione a strutturare ed esprimere una propria personale opinione e questa moltitudine di pareri finisce per trasformarsi in un rumore di fondo indistinto, in cui diventa impossibile distinguere le opinioni meritevoli da quelle che non lo sono; è il paradosso comunicativo dei social media, amplificare all’inverosimile la libertà d’espressione, ma al tempo stesso ridurne ai minimi termini l’incidenza sulla società, in modo tale da svuotare l’opinione pubblica del suo potere di controllo.

Una delle conseguenze di questo fenomeno è la banalizzazione del discorso politico, che per essere efficace deve conformarsi alle esigenze di semplificazione imposte dai nuovi media.

No, seriamente, avete avuto modo di leggere le dichiarazioni che girano in questi giorni sul referendum greco? Il popolo ellenico è chiamato in prima persona a dirimere una complicata matassa contabile fatta di aliquote di determinazione, imposte sui redditi e sussidi previdenziali, tematiche Tsipras Renzitroppo settoriali per essere sottoposte a consultazione popolare e i cui effetti risultano tuttora imprevedibili persino per gli economisti più ferrati. Eppure il primo ministro Matteo Renzi è riuscito a riassumere l’intera complessità degli eventi in un lungimirante tweet a cui affida il compito di spiegarci come il referendum greco non sia altro che una scelta tra Euro e Dracma. Illuminante.

E non poteva essere da meno il mai sibillino Beppe Grillo, che sentendosi scippato di un importante pezzo di repertorio, è corso a prenotare il biglietto aereo per la Grecia al grido di “forza Siryza”, formazione politica a cui il Movimento 5 Stelle è storicamente vicino, tanto da avere inizialmente scelto, in sede europea, di sedere tra i banchi dell’EFD accanto alla destra xenofoba di Nigel Farage. Ma il passato è passato, un nuovo vento di democrazia avanza in Europa. E a cavalcarlo mirabilmente c’è anche Matteo Salvini, che bacchetta la Grecia per aver falsato i bilanci, ma si propone al tempo stesso come uomo nuovo di un’ Europa in cui l’ Italia dovrà sentirsi libera di eludere unilateralmente i parametri di Maastricht.

Come al solito però, il partito che meglio riesce a cogliere le variegate sfaccettature di questo mondo complicato è Forza Italia, che ha iniziato la giornata di mercoledì con il liberatorio “Forza Tsipras” esclamato da Brunetta e l’ha chiusa con una più perentoria presa di posizione del suo leader, Silvio Berlusconi, per cui il partito di governo greco sarebbe null’altro che “la peggiore sinistra, un mix di ideologia e demagogia“.

Twitter grecia

Fin qui, niente di nuovo insomma, parliamo di un deficit di opinione pubblica che trascina verso il basso il livello del dibattito pubblico. Ciò che è davvero degno di nota in tutto questo mediocre parlare di democrazia, è l’evento stesso del referendum. Alexis Tsipras ha lasciato l’ultima parola al suo popolo, ufficialmente perché un governo eletto con il 36% non ha l’autorità per prendere decisioni di tale importanza (e magari un giorno parleremo dell’opportunità di licenziare una legge elettorale con un premio di maggioranza così grande, anche in Italia), ma appare evidente l’impossibilità di organizzare un’efficace discussione sul tema nei soli dieci giorni previsti tra l’annuncio della consultazione e il referendum vero e proprio. Tanto più che la proposta messa sul piatto dalla Trojka è scaduta qualche giorno fa e non è detto che accettarla il 6 luglio possa essere tra le opzioni realmente percorribili.

Ecco, la particolarità del referendum greco è quella di essere la prima consultazione popolare in cui non solo agli elettori è affidato l’esito, ma anche il Grecia euro Tsiprasquesito referendario; coloro che voteranno “sì”, lo faranno a tutti gli effetti per paura di essere costretti ad uscire dalla zona euro, anche se il meccanismo sarebbe tutto tranne che automatico, chi protenderà per il “no” lo farà per dare un segnale netto alle politiche di austerity, anche se questo non significherebbe la fine delle sofferenze.

Restare nell’euro o uscire dall’austerità, insomma, come se fossero due alternative ineludibili, come se fosse svanita nel nulla la promessa fatta da Tsipras in campagna elettorale, quella della terza via, restare in Europa senza il peso di un debito soffocante. Come se la domanda vera e propria stampata sulla scheda non fosse qualcosa di completamente diverso.

Quello del 5 luglio sarà uno scontro tra due opposte paure, perché, per citare una volta ancora Habermas, “procedure e istituzioni democratiche possono ridursi a vuote facciate se viene loro a mancare una sfera pubblica funzionante”. E del referendum, in Grecia, è rimasto null’altro che lo scintillante simulacro di democrazia diretta, in un teatrino messo in piedi ad uso e consumo di un popolo che vuole solo avere la parvenza di poter decidere del proprio destino.

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