Il morbo di Alzheimer: vivere in un eterno presente

«Come sono finito qui? Chi diavolo sono tutti questi che mi circondano? Che lingua parlano? Cosa vogliono? Io devo tornare a casa. Non posso restare qui, sta tramontando il sole, si preoccuperanno a casa. Forse dovrei telefonare. In effetti non mi ricordo bene come ci si arriva a casa mia. Potrei chiedere un passaggio a questi signori, sembrano brava gente.»

Rick è confuso. Stava mangiando la frutta quando, improvvisamente, si è accorto che il sole ormai calava. Era tranquillo, era svaccato sulla sua seggiola, ascoltava il chiacchiericcio di sottofondo e guardava fuori dalla finestra dinnanzi a lui. Eppure, in un battito di ciglia, si ritrova catapultato in una casa che non è la sua, in compagnia di perfetti sconosciuti.

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Pressappoco è questa l’esperienza che Rick vive tutte le sere e, assieme al nostro fittizio amico, tantissime altre persone affette dalla malattia di Alzheimer. Si stima che attualmente ci siano circa 35 milioni e mezzo di persone che nel mondo sono affette da questa malattia, ed entro il 2050 si stima che più di una persona su cento ne soffrirà.

Le cause, così come la cura, sono attualmente ancora sconosciute. I sintomi spesso sono confusi con il comune “invecchiamento” ma, ben presto, vanno oltre le normali distrazioni di un cervello non più giovanissimo. Da piccoli deficit della memoria a breve termine si passa all’incapacità totale di acquisire nuovi ricordi e, progressivamente, anche la memoria a lungo termine svanisce, in un inesorabile decadimento cerebrale.

A livello neuronale, il decadimento sembrerebbe essere causato da una crescente incapacità dei neuroni di trasmettere e ricevere impulsi nervosi, condizione che provoca una conseguente atrofizzazione e morte degli stessi. Nello specifico, da alcuni studi effettuati, parrebbe che il progressivo deterioramento delle cellule celebrali sia causato da alcuni malfunzionamenti nella produzione di proteine all’interno delle cellule.

Cervello AlzheimerLa reazione a catena è causata da una proteina in forma anomala, la beta-amiloide, che in questa particolare versione “alterata” ha un effetto tossico sui neuroni. A ciò si aggiunge il fatto che una volta che il neurone muore, per via della tossicità della proteina, nello spazio extra-cellulare sono liberati frammenti amiloidi, che si depositano formando mano a mano delle placche dette “placche amiloidi”; queste ultime innescano una vera e propria reazione a catena, attivando un processo infiammatorio che danneggia irreversibilmente le cellule cerebrali. Il cervello colpito da questa decadenza inarrestabile si atrofizza, perde peso e massa.

Un recente studio ha formulato un’ulteriore ipotesi sull’insorgenza dell’Alzheimer, individuando nel sangue nei soggetti malati la presenza di alcuni biomarcatori, ossia alcune particolari molecole che, con una precisione del 90%, sono state trovate nel sangue delle persone soggette a deterioramento cognitivo.

Lo studio è ancora ad uno stadio embrionale, in quanto considera ancora un campione molto limitato di persone, ma in ogni caso ha aperto una strada sino ad ora non battuta. Poter anche solo ipotizzare di riuscire ad arrivare prima o poi a una diagnosi precoce attraverso delle normali analisi del sangue è un enorme passo in avanti anche se, come precisato dallo stesso studio, attualmente non è possibile in alcun modo fare una diagnosi precoce dell’Alzheimer.

mente3Anche riguardo le molecole individuate, che nello specifico sono dei fosfolipidi, non si hanno certezze, perlomeno fino a che non si allargherà lo studio ad un campione molto più ampio. Questi studi fanno ben sperare il nostro Rick e tutti gli altri affetti dal Alzheimer. Certamente una diagnosi precoce serve a poco presa in sé, avere una diagnosi precoce di una malattia incurabile e così terribile può essere anzi deleterio. Da qualche parte però bisogna partire; fare una diagnosi precoce dell’Alzheimer significa poter iniziare a sperimentare delle cure prima che la malattia prenda piede, partendo quindi da una persona sana, non da una già malata.

Al momento la cura per l’Alzheimer, così come per molte altre malattie del sistema nervoso, è pura fantascienza. Realisticamente potremmo perlomeno sperare che si giunga a breve all’individuazione di una terapia che permetta di rallentare il progredire della malattia, dando strumenti adeguati sia ai pazienti che ai parenti, sui quale inevitabilmente ricade l’assistenza della persona malata.

Il nostro Rick probabilmente un giorno non sarà più cosciente di essere agitato, semplicemente perché la malattia non gli permetterà più di ricordare niente, nemmeno una frazione di secondo dei suoi ormai sbiaditi pensieri. Ad un certo punto vivrà in una sorta di flusso di coscienza infinito e totalmente inarrestabile, dove ogni secondo che passa è un presente senza passato né futuro, insensato, effimero e fine a sè stesso.

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Qualcuno però attorno a lui provvederà a fargli vivere una vita “socialmente normale”, occupandosi della sua assistenza ventiquattro ore al giorno. Chi circonda Rick è in realtà chi ne soffre di più. Vedere un proprio caro sgretolarsi come un vecchio manoscritto davanti ai propri occhi, senza poter effettivamente fare niente, è un’esperienza terribilmente dolorosa. La ricerca quindi deve essere, ovviamente, orientata a una risoluzione della patologia o perlomeno a un suo rallentamento; dall’altra parte però, e questo lo si può fare anche senza aspettare i tempi del progresso scientifico, è necessario aumentare il tessuto sociale che sostiene le famiglie dei malati, preoccupandosi di fornire non solo assistenza medica, ma soprattutto un supporto psicologico, il tutto a costi accessibili, perché lucrare sulle debolezze della natura umana è (e resterà) un’attività squallida, oltre che masochista e fine a se stessa.

Sdrammatizzando, vorrei citare Crozza, che durante uno dei suoi monologhi se ne uscì dicendo: «Si spende più per le ricerche sull’impotenza sessuale che non riguardo l’Alzheimer. Tra qualche anno probabilmente avremmo tutti il cazzo duro, ma non ci ricorderemo più a che serve.»

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