Montage of Heck: noi siamo Kurt Cobain.

L’ho visto, The most intimate rock doc ever (Rolling Stone), e devo ammettere che abbiamo avuto tutti torto. Rolling Stone compreso. Questo non è un documentario sui Nirvana, questo non è un documentario sul rock. Questo è un conato di vomito che ti prende appena partono le prime sequenze: non un conato di disgusto, perché è brutto, al contrario, è un conato per il pugno allo stomaco che ti hanno appena rifilato, alla sprovvista, dopo averti detto “Ciao, come va?”. Che risposta pensate possa venire partorita? Un conato di vomito, dritto in faccia.

La locandina del docufilm Montage of heck.Questo documentario, questa storia, è l’incubo che non ha mai attanagliato le notti piacevoli e rosee dei governanti di tutto il mondo, degli speculatori edilizi, dei geni del marketing, della pubblicità, del product design, dei supermercati, dei grandi marchi, degli ideatori di questa nostra società occidentale.

Non starete per caso pensando di conoscere dettagli interessanti sulla vita di Kurt Cobain? Rimarrete delusi. Non starete per caso pensando di scoprire come e quanto fosse un tossico irrecuperabile? Rimarrete delusi. Se volete vedere questo documentario dovete prima accendere il cervello, almeno una volta nella vita, in una maniera molto particolare; dovete entrare dentro la vostra testa, capire cosa c’è dentro, e solo allora riuscirete a capire. Difficile vero? Non più difficile che guardare questo documentario e trovare un senso a tutto quello che accade.Sembra facile, ma è l’operazione intellettuale più difficile del mondo.

Kurt Cobain è il frutto, noioso, orrendo, putrido della nostra società. Kurt Cobain è un comunissimo adolescente cresciuto in questo mostro fagocitante e schifoso che è la nostra realtà. Non mi stancherò mai di ripeterlo, anzi, continuo: Kurt Cobain siamo noi.

La prima cosa che viene sottolineata sull’uomo Cobain (l’uomo, non il musicista, tenete bene a mente che fino ad un certo punto sono due cose separate) è la sua rabbia di fronte all’umiliazione: non vuole essere umiliato o sentirsi tale. Gli ricordava troppo il comportamento macho e perfettamente statunitense del padre: arte, disegni, sarai mica una checca?

Kurt Cobain detestava il rifiuto e il tradimento: gli ricordava troppo sua madre che lo tratta come un elettrodomestico rotto, senza più possibilità di essere riparato, da gettare via; tradito ed abbandonato. Il padre: un omuncolo pronto a deriderlo ed umiliarlo e che gli fece conoscere precocemente gli psicofarmaci per il suo essere un bambino vivace, non capito, non più amato, in poche parole, il nemico numero uno di Kurt Cobain.

kurt-cobain-montage-of-heckKurt Cobain siamo noi. Mettetevelo bene in testa. Siamo noi, con tutte le nostre fottute dipendenze: da smartphone, da shopping compulsivo, cleptomania, ingordigia, desideri vari ed eventuali (sessuali, anche e soprattutto) amplificati all’ennesima potenza. Siamo tutti dei tossici, ed anche Kurt Cobain era un tossico.

Volete qualche commento sulle immagini, la regia, la fotografia? A parte le interviste è tutto materiale amatoriale girato dalla signora Cobain, ed intendo la Love. Lei, che vive il suo sogno grazie al successo di Kurt, mezza nuda, sempre strafatta e con la telecamera in mano: un verme, pronto a succhiare barlumi di ecletticità da una larva umana.

Kurt Cobain muore nel 1992, all’apice del successo con il suo gruppo che ha costruito con grande fatica, lavorando sodo, sputando sangue (letteralmente), scrivendo grande musica. Poi si spara in testa nel 1994, ma già allora Kurt Cobain era morto. Avvinghiato alle spire di un vortice che non voleva, che non aveva cercato. Non diciamoci le solite cazzate “figurati se uno non vuole essere famoso”. Certo, sicuramente Kurt Cobain ha cercato il successo, ma non quel tipo di successo che ci aspetteremmo. Lui cercava la perfezione artistica, lui ha cercato e trovato perfettamente il suo posto nel mondo.

Il primo demotape registrato da Kurt Cobain.

Il primo demotape registrato da Kurt Cobain.

Da grandioso Efesto ha fatto della sua condizione di gettatezza una risorsa per costruire la sua fucina dove ha creato armi ed artefatti più richiesti e perfetti dell’universo, tra uomini e dei. Poi qualcosa si è rotto. L’eroina, la famiglia, i riflettori: mischiate tutto e sbattete per terra, poi pestate il risultato coi piedi.  Un disastro. La stampa che lo sbatte alla gogna mediatica: “la figlia è nata tossicodipendente”. Umiliato, sputa la sua ultima bestemmia di rabbia contro quel mondo che l’ha tradito e rifiutato ancora una volta.

In Utero è il testamento definitivo di una società basata sul razzismo, l’individualismo, la discriminazione, l’omofobia, il machismo, la violenza (verbale e fisica), la prevaricazione dell’altro.

Serve the servants, no apologies. Tra filmati familiari, quadri, disegni, parti di diario, lettere, registrazioni e deliri anche molto intimi, si scinde perfettamente l’uomo dall’artista, perché nel caso di Kurt Cobain sono due parti distinte e separate della stessa moneta. L’uomo: distrutto, contorto, paranoico, ossessionato dall’essere compreso ed amato.
Vi avevo avvisato: tutto completamente normale, molto contemporaneo. L’artista: eclettico, visionario, uno sguardo lucido ed analitico di tutto quello che gli girava intorno. Famiglia compresa.

E la piccola Frances Bean Cobain? Quando entra nella vita di Kurt, la piccola è al centro dell’attenzione; certamente la dipendenza dei genitori provoca certe scene un pò “particolari” (come quella del primo taglio di capelli, dove i coniugi sono visibilmente “in difficoltà” e la cosa non fa un effetto piacevole..). Di certo le malelingue dello showbiz dovrebbero rammaricarsi un bel pò sulla loro condotta quando si è trattato di capire se i coniugi potessero essere dei buoni genitori (buoni genitori..ecco i perbenisti che insorgono). Non possiamo sapere nè giudicare, possiamo solo prendere atto di quel che è stato e l’unica certezza che abbiamo è che Kurt dopo la nascita di Frances Bean aveva visto un punto di svolta, nella sua vita, nella sua carriera, nel suo futuro che non ha mai visto chiaramente!

Questo documentario strazia ed apre il cuore per mille motivi e tutti convergono nell’unico, grande, folle, impossibile scopo: unire l’artista all’uomo. Funziona in parte.

Kurt Cobain durante l'Unplugged in New York per MTV del 11/01/1993.

Kurt Cobain durante l’Unplugged in New York per MTV del 11/01/1993.

Fino a che i Nirvana non esplodono si riesce a tenere incollate le due facce della vita di Cobain, ma dal 1992 in poi tutto sfuma, non si riescono a tenere insieme i due percorsi: fama e successo sfolgoranti, accecanti, incredibili e dall’altro lato un uomo che si autodistrugge, si decima letteralmente fino a diventare la figura diafana dell’Unplugged per Mtv che chiude il documentario.

Lo ritroviamo mentre esegue l’ultima straziante parte con quei vestiti troppo larghi per contenerlo, quando invece all’inizio erano perfetti, gli stavano su a pennello. Così, consumato, distrutto, anche nei pensieri, ci saluta un grande artista ed un uomo del suo tempo. Un verso, un ultimo respiro ed infine l’acuto finale di Where did you sleep at night. Un ultimo, grande artefatto mitologico prima che la “pulsione di morte” lo spinga a tornare dove ha sempre voluto: nell’utero materno, In Utero.

Nero, sipario, fine.

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