NoExpo Pride: non lasciamo soli i rottinculo

Devo dirvelo, non posso più tenerlo nascosto… devo fare coming out: sono un piccolo borghese!

Ecco, ora l’ho detto. Mi sento meglio, anche se andrò incontro a molte discriminazioni. Ho avuto una vita economicamente agiata – il ché non significa aver avuto una vita facile o facilmente affrontabile, come tante – ho familiari dichiaratamente di destra o che dimostrano nei fatti il proprio amore per il capitalismo e il neoliberismo, una scuola privata alle spalle – anche se le medie delle Orsoline le ho vissute più come una punizione piuttosto che un agio – e a 25 anni mi sono potuto permettere il lusso di iscrivermi all’università. Ho un’auto, qualche bici, un televisore e ogni tanto mangio agli all-you-can-eat a cuor leggero. Eppure sabato 20 giugno 2015 ho partecipato al NoExpo Pride.

collage_20150623171442954_20150623171451028Da qualche anno sono entrato in Arcigay nella realtà locale di Piacenza (da outsider, ahimè, in quanto cittadino milanese), parlo con assessori, politici e politicanti vari, partiti, realtà affini e ho addirittura fatto un intervento ad un convegno patrocinato dal Comune di Piacenza. Faccio parte dei Sentinelli di Milano coi quali sfilerò il 27 giugno al Milano Pride e ho appena co-fondato un’associazione studentesca della Bicocca, B.Rain che punta al riconoscimento ufficiale da parte dell’ateneo. Eppure sono andato al NoExpo Pride: io, la mia canotta con la scritta “son tutti froci col culo degli altri”, la mia bandiera rainbow regalatami dieci anni fa da una drag al mio primo Pride e la mia bella faccia.

Alcuni miei aficionados mi hanno chiesto come mai abbia partecipato ad un “Pride alternativo”, permeato di politica antagonista, di autonomi, di anticapitalismo, blecchi blocchi e compagnia briscola. Senza entrare nel dettaglio su quale sia la mia posizione nei confronti dell’esposizione mondiale più bistrattata del secolo, volevo capire (oltre ad averlo fatto già qui) perché mai ad un gruppo di persone sia venuto in mente di fare un Pride alternativo.

IMG_20150620_165334Il mio primo pensiero scaturito dal concetto di “Pride alternativo” è riassumibile più o meno così: “Ma bisogna sempre essere alternativi in qualcosa? Ma perché non fare uno spezzone “autonomo” all’interno del Pride stesso? Come a Bologna nel 2008, che c’erano tre carri dei centri sociali, tra goa, trance e techno?!”. Con questo pensiero, ho comunque voluto partecipare al NoExpo Pride, forse solo perché alcune persone per le quali nutro stima si sono impegnate per crearlo.

Il corteo è partito, come ogni buona manifestazione, dopo quasi due ore dal concentramento, e si è sfilato per alcune vie, quantomeno, interessanti: una su tutte via Padova (per chi non è milanese consiglio una ricerca in Google news per capire il significato del gesto). Costeggiando la Stazione Centrale, la prima tappa significativa è stata via Sammartini: ed è qui che una piccola pulce mi si è infilata nell’orecchio (eh no, non facciamo batutte sui dredlocks dei partecipanti!). Via Sammartini è stata per decenni la via dove si potevano consumare romantiche serate tra uomini o, più spesso, incontri sessuali clandestini, sino all’usufruire del servizio “marchetta” completo. Per Expo 2015 l’amministrazione, in concerto con alcuni proprietari di esercizi commerciali dedicati, hanno (passatemi il termine) “ripulito” l’area allontanando la prostituzione, mascherando i locali di cruising e ponendo ufficialmente la targa di “gay street”. Al di là della contraddizione evidente di nominare una via “gay street” (che è, stiamo dentro ad un recinto? E dove sono le trans street, le bisex street e le lesbian street? Per non dimenticare le hetero-gayfriendly street!), l’operazione di ripulitura, per un libertino e libertario come me, è un crimine contro Milano e contro la libertà sessuale!

Ma è tempo di quagliare, mi sono dilungato un po’ troppo: al NoExpo Pride ho compreso che ci sono persone che non si sentono integrate nel circuito del Milano Pride. Sono sommariamente assimilati nel termine queer, pur trattandosi di persone che si definiscono gay, lesbiche, trans, bisex, froce, gender fucker, etero (e potrei andare avanti all’infinito). Sono, ad ogni modo, persone. E se non si sentono incluse nelle lotte e nei contenuti portati avanti da chi si identifica nel Pride cittadino, dovremmo, noi attivisti, porci delle domande.

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Di nuovo buon Pride a tutti (che proprio non riesco a chiamare “Human”, come dicevo qualche articolo fa), ma facciamo attenzione a non chiuderci nel nostro piccolo mondo fatato. Lasciando come ultimo monito un concetto che, ahimé, puzza sì di complottismo, ma serve a creare un pensiero critico: non lasciamoci affascinare dai poteri forti. Integriamo la società con le nostre unicità e non lasciamoci fagocitare passivamente dalla “normalità”. La frase che mi fa più paura in questi casi è: “gay sì, ma un gay normale!

Photo credits: Davide Bombini

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