L’Italia, Ventimiglia, il Diritto internazionale e quei profughi che nessuno vuole

La firma sugli accordi di Schengen reca la data del 14 giugno 1985. A distanza di trent’anni esatti, un gruppo di 350 profughi provenienti dal Corno d’Africa ha scatenato una serie di violazioni da parte italiana e da parte francese, ponendo in cattiva luce il trattato stesso e, oltre ad esso, anche un’idea di Europa che consenta una libera circolazione delle persone entro i suoi confini.

Migranti

Dei 350 migranti la metà è stata alloggiata presso la stazione ferroviaria dove la Croce Rossa ha allestito una struttura di emergenza, mentre i restanti hanno occupato la scogliera di Ponte S. Ludovico, da considerarsi confine di stato con la Francia. Di contorno ci sono state proteste per un trattamento più umano dei migranti (organizzate da gruppi anarchici di entrambi i lati della frontiera), mentre altre apertamente ostili verso i migranti (su tutti, i francesi di Blocco Identitario). La narrativa mediatica di questi giorni ha trattato la questione attribuendo tutte le responsabilità della violazione a Parigi ma, ad un secondo esame, è possibile scoprire che la questione è più complessa.

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Nel 1997, Italia e Francia hanno stipulato l’Accordo di Chambery: un trattato bilaterale che prevede il fermo degli individui sprovvisti di documenti che autorizzino la circolazione su suolo europeo. L’accordo prevede anche che gli individui provenienti dall’altro Paese (come prova basta uno scontrino) possono esservi successivamente respinti, quindi fino a questo punto l’azione francese rientrerebbe completamente nelle regole. Nelle ultime due settimane, tuttavia, i respingimenti sono stati frutto di controlli sistematici operati dalla polizia francese, comportamento espressamente vietato dall’accordo di Schengen, dove è indicato che i controlli possono essere effettuati a campione, non istituendo dei posti di blocco come fatto dalla polizia francese.

profughi3Parigi si è difesa dalle accuse attaccando la gestione italiana dei flussi migratori, affermando (a ragione) che la polizia italiana non sta prendendo le impronte digitali e non sta schedando i migranti così come previsto da una norma UE del 2000 applicativa degli accordi di Dublino. I dati vanno poi sottoposti ad una banca dati europea accessibile a tutti gli stati denominata EURODAC. All’interno della stessa normativa, tuttavia, è contenuta la disposizione ad agire in armonia con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: le impronte non possono essere prelevate contro la volontà dei migranti in quanto essi non hanno compiuto reati.

Esaminando i casi precedenti, è improbabile che la Commissione Europea apra procedure d’infrazione verso i due Paesi: al contrario è possibile presumere che la cosa si risolverà per via diplomatica. Ad essere in pericolo è anche l’immagine stessa dell’Europa, che appare ai più come non in grado di garantire la libera circolazione all’interno del proprio territorio, una libertà degli ultimi trent’anni ormai data per acquisita in un continente che è stato solcato da guerre per tre millenni.

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