Calcio e discriminazione: la madre dei sessisti è sempre incinta

Gioco a calcio da una vita per passione. Giocavo alle elementari con i miei compagni di classe negli intervalli e in tutti i momenti liberi dagli impegni scolastici. Giocavo a casa da sola con un pallina da tennis in corridoio. Giocavo in cortile con i miei cugini e qualche volta anche con i miei fratelli piccoli, quando riuscivo a costringerli. Giocavo alle medie, nella squadra di calcio a cinque della scuola nonostante poi praticassi anche la pallavolo per “essere come le altre” e perché, a detta di mia madre, avevo problemi di schiena (era tutta una scusa secondo me, pensava solo che se avessi fatto calcio sarei diventata una mutante, una specie di uomo-donna con delle cosce enormi).

Anche alle superiori giocavo nella squadra della scuola. Però è stato solo a 22 anni suonati, quando mi sono messa a fare leggermente più sul serio, trovando una squadra e giocando il campionato uisp di calcio a 5 (un campionato provinciale, nella categoria più bassa, ma sempre campionato è), che ho visto il grosso dislivello che c’è tra maschi e femmine che praticano il calcio.

calcio2A volte giochiamo in palestre minuscole, noi, che siamo una squadra fortunata, non la paghiamo, ce la paga lo sponsor, così come le divise, ma ci sono squadre dove invece sono le giocatrici a pagare, così come per l’iscrizione al campionato. A volte non c’è l’acqua calda, a volte le palestre sono ghiacciate o non c’è tempo per fare riscaldamento perché prima la usa qualcun altro.

Questo in una piccola realtà come la mia. Se allarghiamo lo sguardo vedremo che, mentre in tanti altri paesi europei e non il movimento calcistico femminile è in crescita (già al Mondiale in Germania nel 2011 gli stadi erano pieni), in Italia si tende sempre più a svalutarlo e a non investire in centri che possano favorire lo sviluppo di tale sport in ambito femminile né a potenziare le strutture già esistenti.

Come ciliegina sulla torta, a metà maggio sono arrivate anche le penose dichiarazioni di Felice Belloli, presidente, fino a qualche settimana fa, della Lega Nazionale Dilettanti, responsabile anche del calcio femminile (ché, non si sa mai che le donne abbiano troppo potere e possano autoamministrarsi con una lega a sé).

calcio1Le dichiarazioni, riportate a verbale e udite da almeno cinque persone presenti alla riunione della LND, in risposta a chi sollecitava maggiori finanziamenti al calcio femminile, sarebbero state le seguenti: “Basta parlare sempre di dare soldi a quattro lesbiche!”. Le frasi hanno sollevato un polverone mediatico, che ha portato alla sfiducia di Belloli da parte del consiglio della Lega Nazionale Dilettanti, in seguito al rifiuto di dimettersi espresso da Belloli stesso.

Al di là della sfiducia, dettata forse anche da giochi di potere interni, restano delle dichiarazioni che pesano, e che hanno spinto le calciatrici del Brescia e del Tavagnacco a far saltare la finale di Coppa Italia che avrebbero dovuto giocare il 23 maggio. Soprattutto mi resta, per l’ennesima volta, una grande delusione nei confronti dei vertici del calcio, che purtroppo poche volte sanno essere all’altezza di ciò che veramente potrebbe essere questo sport.

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Da grande amante del calcio ho riflettuto un po’ prima di scrivere su questo, come qualcuno che, toccato troppo nel vivo, deve elaborare bene il duro colpo prima di reagire. Quelle sono frasi gravi sotto due punti di vista:
• Primo: si vogliono negare fondi a uno sport – solo perché praticato da donne – che dovrebbe invece avere pari dignità rispetto agli altri.
• Secondo: si discriminano le giocatrici in base al loro orientamento sessuale, dedotto in base a una banalissima generalizzazione.

Sì, ci sono le lesbiche nel calcio femminile (come nella vita di tutti i giorni, fatevene una ragione!), non so se siano la maggioranza ma non vedo perché il fatto di esserlo dovrebbe essere di ostacolo al loro ricevere finanziamenti per lo sport. Ancora una volta il calcio, che spesso ha unito in situazioni imprevedibili (vedi la leggendaria “Tregua di Natale”, che vide durante il primo conflitto mondiale, tedeschi e britannici, avversari di guerra, affrontarsi in diverse partite) viene attraversato da tensioni disgregatrici e discriminanti.

Quello che però ho capito in questi anni di corse dietro ad un pallone è che il calcio praticato, ma anche lo sport in generale, è spesso migliore di chi lo gestisce, e anche più resistente, perché dietro, nella maggior parte dei casi, ci sono passione, dedizione, impegno e tante altre cose che forse i dirigenti non capiranno mai. Mi piacerebbe però che prima o poi le donne che praticano lo sport non venissero giudicate per la loro bellezza o per il loro orientamento sessuale, ma per i loro risultati. In alcuni campi avviene già, in altri come il calcio c’è un grave ritardo che va colmato.

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