Lunga vita a Umberto Eco

Non vorrei cantar vittoria troppo presto, ma ho come la sensazione che ci siamo infilati in un vero e proprio dibattito sui nuovi media. Certo, siamo nella seconda metà del giugno di un anno dispari, l’assenza di competizioni per squadre nazionali influisce e neanche così poco, ma per qualche motivo stiamo seriamente discutendo di democrazia due-punto-zero.

Lo scrittore Umberto Eco

Lo scrittore Umberto Eco

In sintesi, per quanti avessero il vezzo di vivere in un eremo, pare che Umberto Eco, al termine di una lectio magistralis tenuta a Torino, abbia detto qualcosa che le agenzie di stampa hanno prontamente riassunto in “i social network danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Apriti cielo. Oltre al pericoloso apprezzamento di personalità iscrivibili alla più ricercata intellighenzia tricolore, dello spessore di Selvaggia Lucarelli e Belen Rodriguez, la parte restante dell’opinione pubblica non l’ha presa esattamente benissimo.

I critici di Eco sono fondamentalmente ripartibili in due categorie: da una parte ci sono quelli che hanno puntigliosamente argomentato il proprio dissenso attraverso la constatazione che sì, Eco sarà anche una delle figure accademiche più prestigiose che questo Paese possa annoverare, ma ha ormai 83 anni suonati e alcune dinamiche ha smesso di capirle da tempo; chiunque può dunque esercitare la propria libertà di pensiero, sul web come nella vita, ma prima dovresti mostrarmi la carta d’identità, ordini dall’alto.

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“Legioni di commenti” per l’affermazione di Umberto Eco

Dall’altra parte c’è invece una fitta schiera di voci secondo cui il ragionamento di Eco fosse volto a perpetrare la gelosa elitarietà del pensiero intellettuale, mentre invece con l’imbecillità sarebbe il caso di conviverci e non tanto per mere questioni relative a democratici processi di inclusione, ma proprio perché l’imbecillità è portatrice di quelle differenze indispensabili a produrre cultura digitale.

Ora, partendo dal presupposto che veder rinchiuso il pensiero di Umberto Eco nei centoquaranta caratteri funzionali all’ideazione del titolo del Fatto Quotidiano mi ha riportato alla mente quella volta che a Dean Martin, ospite di una trasmissione italiana, fu chiesto di suonare Donna Rosa, devo ammettere che tutto questo parlare di web democracy è una gran boccata d’aria fresca.

E non solo perché, fino a questo momento, abbiamo permesso che l’argomento restasse ostaggio di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle tutto, in grado di discettare un’incomprensibile agenda dall’alto di quell’avveniristico strumento chiamato blog (che, semplificando, è un po’ come prendere lezioni di programmazione HTML da un videocorso in VHS).

No, questo sbilenco e fin troppo manicheo discorso sulle potenzialità della Rete rappresenta, nonostante tutto, una fantastica risorsa per il solo fatto che già troppe volte abbiamo fallito l’opportunità di attivare un genuino processo critico nei confronti del rapporto che questo pezzo di mondo intrattiene con tutto ciò che non è sensibile al tatto, declassando a banali onanismi intellettuali di settore le denunce riguardanti la quasi-approvazione di un decreto che avrebbe reso l’Italia il primo paese al mondo a legalizzare l’utilizzo diffuso di “remote computer searches” attraverso spyware di stato e le altrettanto inquietanti iniziative del legislatore in tema di educazione al web e cookie law.

051403217-dbed370b-8b1c-41c3-8324-60bc1f4bf6fcEcco, se mi è concesso solo un piccolo appunto, sarebbe forse il caso di dare un’occhiata al video integrale entro cui è incastrata l’affermazione di Eco, giusto per accorgersi che contestualizzandole, quelle parole, arrivano ad avere persino un senso. Perché in quel video c’è molto più di quanto sia stato riportato; c’è ad esempio un richiamo ad Alone Together di Sherry Turkle, quando sfiora la corda del progressivo mutamento dei rapporti interpersonali, ma c’è al tempo stesso una visione salvifica del medium, riferita al suo ruolo negli scioperi cinesi e nelle proteste di Gezi Park.

E poi c’è quella frase, che estrapolata dal contesto suona come l’estemporanea e cinica reprimenda di un vecchio reazionario senza più nulla da dire, ma che all’interno di quei dodici minuti di video rappresenta la dolorosa, necessaria presa di coscienza che gli imbecilli, gli omofobi, gli xenofobi, esistono. Esistono e fanno dannatamente rumore. Ancora più rumore da quando hanno scoperto di poter essere imbecilli da qualunque latitudine del globo, grazie ad un semplice smartphone che ne amplifica connettività e audience.  simpsonmozillaE’ internet a renderli imbecilli? Nemmeno per sogno, sarebbe un pericoloso eccesso di confidenza nella razza umana, ancor prima che una visione apocalittica della Rete; internet si limita a dare loro una platea di più ampio respiro. Ed è questo il punto esatto della storia in cui tocca dire una cosa piuttosto impopolare: che tutte le opinioni godano dello stesso pulpito è democrazia, che tutte le opinioni abbiano la stessa dignità è francamente una follia.  O meglio, è la degenerazione, la sorellastra malata, di quella democrazia.

Questo c’è in quei dodici minuti incriminati. C’è un uomo, uno studioso e conoscitore dei media, che con tutti i suoi tic, le sue frasi balbettate e il gesticolare goffo (cose queste che no, non possono in nessun caso essere incluse in un virgolettato) si spinge un po’ più in là di quanto sia concesso ad una personalità del suo spessore. E lo fa per dire che l’informazione, prima dell’avvento di internet, si era dotata di un filtro all’ingresso, nella figura di un editore dotato della prerogativa di selezionare le voci che meglio potevano rappresentare la linea del giornale e che per quanto questo costituisse un importante freno al pluralismo, il gioco funzionava fino a quando il lettore poteva dare per scontata l’autorevolezza della fonte. Oggi i paradigmi di fruizione dell’informazione sono cambiati e accanto ad una notizia verificata e pubblicata da Repubblica, ce n’è una che viene da chissà dove, che gode potenzialmente della stessa visibilità sui social network e che risulta ben più ghiotta nella misura in cui è stata confezionata ad arte per esserlo. E’ un vecchio trucco del nostro giornalismo, quello di mischiare fatti e opinioni, una sgradevole consuetudine che moltiplicata per il numero di utenti in grado di aprire un sito web, si trasforma in un cocktail potenzialmente esplosivo.

Umberto Eco, Laura ad honoris Causa in Scienze della Comunicazione

Umberto Eco, Laura ad Honoris Causa in Scienze della Comunicazione, 10 Giugno, Aula Magna della Cavallerizza Reale, Torino

La risposta a ciò, dice Eco, non è la reintroduzione di quel filtro all’accesso, sarebbe un delitto e pregiudicherebbe la natura many-to-many del medium: niente soppressione della libertà d’espressione in estrema sintesi, checché ne dicano i virgolettati. Ma un filtro è comunque necessario e quel filtro è la corretta educazione all’uso del mezzo, l’acquisizione della consapevolezza che non tutto ciò che è postato su un social network sia degno di essere considerato autorevole e che l’analisi primaria da compiere dovrebbe essere quella relativa alla fonte (Umberto Eco, ad esempio, suggerisce di confrontare dieci siti web).

L’istruzione come risposta alla manipolazione sistematica dell’informazione; che in ultima analisi è la soluzione valida per la maggior parte dei problemi di tutti i giorni. Perché quel mezzo così intangibile, complicato e al tempo stesso affascinante che è la Rete, non è altro che un’estensione della vita reale e in quanto tale necessita di regole e comportamenti di cui siamo già a conoscenza, siano essi basilari dettami di etichetta o più complessi ragionamenti critici sulla democrazia.

E se per parlare di tutto questo serviva una risposta sgangherata e mal articolata, allora lunga vita a Umberto Eco, comunque la si pensi.

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