How big, how blue, how beautiful: pop tra epicità e sublime

E’ ufficiale: Flo è tornata. Dopo quattro lunghissimi anni, dopo gli infiniti tweet di Isa che ritraevano mrs. Welch nelle solite meravigliose mise bohemien in qualche località esotica, dopo gli interminabili spoiler delle foto in studio, con didascalie del tipo “working on the new album”, sul quale i poveri fan avrebbero dovuto fantasticare ancora un bel po’, il primo Giugno 2015 quel new album è finalmente arrivato. floofloCi avevano concesso un teaser di How big, how blue, how beautiful a Marzo, un videoclip che vedeva Florence danzare come uno sciamano in preda all’estasi in mezzo a delle rovine forse azteche, circondate da una meravigliosa vegetazione amazzonica. A questo sono seguiti gli estratti con relativi video di What kind of man, St. Jude e Ship to wreck. Questi erano parte del biglietto da visita di un lavoro durato quattro anni, densi di ricerca del “sound perfetto”, dei testi metaforici come solo Flo sa fare e, perché no, anche di qualche bottiglia di troppo per queen F.

Ad ogni modo il risultato è spettacolare, un grande progresso per l’intera band (non dimentichiamoci dei The Machine!), che ha affinato la sua tecnica di composizione introducendo non solo strumenti nuovi come i fiati (preferite sono le trombe e i corni) ma ha anche modellato e concretizzato quelle che negli album precedenti sembravano essere solo idee, bellissime per inciso, ma idee che avevano bisogno di quel tocco in più per uscire dalla caverna e realizzare il loro potenziale.

Ecco cos’è How Big how Blue, una diretta conseguenza di Ceremonials, l’album precedente datato 2011, ma arricchita di una più profonda rivoluzione interna forse all’artista stessa, senza paura di sperimentare qualcosa di nuovo.

flookLe novità infatti non sono poche: dai fiati che aggiungono epicità all’inconfondibile timbro della voce di Flo, come in Queen of peace ai coretti dell’intro di Third eye, che sembrano quasi l’incipit di una canzone pop anni ottanta. Forse mrs. Welch è riuscita a fare quello che in numerose interviste aveva dichiarato essere uno dei suoi più grandi sogni: un album con tante influenze diverse, dal soul al rock, dall’acustico al pop più raffinato.

Rimangono comunque un must le percussioni inconfondibili e decise, come nell’ormai inno della band Dog days are over, del primo commovente album Lungs, così come rimangono i cori e gli echi un po’ gospel così amati in Ceremonials.

Anche i testi sembrano aver subito una certa trasformazione, o meglio sembrano aver ceduto in parte al filtro della realtà: la stessa Florence ha detto di aver scritto testi molto più “reali” nonostante, da brava erede della poesia romantica inglese, sia una grande amante delle metafore. Certo, poi ci sono testi come quello di Queen of peace, che sembra più una literary ballad alla Coleridge, ma in compenso si scende ad un registro molto più terreno in Caught, dove l’ennesimo heartbreak  esordisce con “It’s the hardest thing I’ve ever had to do/ to try and keep from calling you”.

Nel complesso, l’immagine che potrebbe descrivere meglio How Big How Blue How Beautiful è sì un quadro di Waterhouse, ma forse con delle foglie esotiche bagnate di pioggia lodinese.

Basta con le parole, come al solito il mio consiglio è ascoltatevelo”: prendetevi un’oretta di pausa da tutti gli affanni della giornata e godetevi un po’ di buona musica, qualche acuto o falsetto alla Flo, e prima che ve ne possiate rendere conto starete ballando da soli in camera con la manopoletta del volume girata al massimo. Buon divertimento.

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