Big Fish, Big Eyes, Big Burton

Big Eyes, Tim Burton, 214. Con Amy Adams e Christoph Waltz

Big Eyes, Tim Burton, 214. Con Amy Adams e Christoph Waltz

Burton è come mangiare indiano, tutto un mondo a sé.

Qualche  tempo fa il suo ultimo film da regista Big Eyes (ebbene si questa è una recensione ritardataria) divise il pubblico in due: da una parte i fan, gli amanti sfegatati, quelli che lo apprezzano e coloro che, anche se non appassionati,  si divertono nel mondo matto di Burton; dall’altra una critica e un pubblico che, abituato a vedere i film di Tim come viaggi di droga, si è fatto influenzare dallo stereotipo del “regista pazzo e macabro” che negli anni gli è stato cucito addosso.

A prima vista, infatti, Big Eyes sembra più da Wes Anderson; con le ambientazioni che saltano da Parigi alle Bahamas, l’ambiente della pittura dipinto come uno show grottesco pieno di personalità mezze psicopatiche e il ritmo stesso della narrazione che cambia da scena a scena.

Ma attenzione! È troppo facile ricordarsi il delirio di Burton incarnato dai suoi grandi (e lo ammetto macabrissimi) capolavori come Edward Scissorhands, lo psichedelico e distorto Batman o il suo, a parer mio miglior film ma non meno strano, Ed Wood. Li si guarda a bocca aperta, e si pensa “questo regista è pazzo e ha dei seri problemi di insonnia” e voilà, ecco che Burton viene ricordato solo laddove ci sono spose cadaveri, scheletri danzanti dal cuore allegro e mondi di cioccolato pieni di scoiattoli ipertiroidei.

Morale: chi si ricorda Big Fish? Addirittura i fan di Burton lo dimenticano. Visivamente normalissimo, una storia che sembra una fiabetta per bambini… eppure non è meno folle. Guardate i personaggi, fate attenzione alla storia del suo protagonista Edward. Forse il vero Tim Il Matto è proprio qui. Big Eyes può considerarsi il suo successore in fatto di stile e messa in scena, e anche per l’analogia dei titoli, lasciatemelo dire!

All’inizio si corre: gli eventi sembrano troppo veloci, i più cinefili temono un film vuoto che tiri per le lunghe parlando del niente. Piano piano però la marcia ingrana, i personaggi vengono delineati meglio, gli avvenimenti diventano interessanti.

eyes7Margaret fugge dal marito assieme alla giovanissima figlia Jane. È pittrice, ma nell’America patriarcale degli anni 50-60 i quadri di una donna non vendono e quello che guadagna alle fiere facendo ritratti ai bambini sono pochi spiccioli, insufficienti per lei e la figlia. La particolarità dei suoi quadri sono gli occhioni enormi e terribilmente espressivi che il titolo anticipa; tale particolarità permette a Margaret un piccolo vantaggio e la fa spiccare tra i monotoni pittori di svincoli parigini.

Tra questi artisti ripetitivi c’è Walter: imbonitore nato, bravo con gli affari e con gli esseri umani, capace di vendere i frigoriferi agli eschimesi. Superficiale, opportunista e misogino approfittatore, coglie Margaret nel momento del massimo bisogno. Lei sa dipingere, lui no. Lei ha bisogno di soldi ma non sa vendere, lui si. L’idillio ricalca il sogno di chiunque, tra le vacanze alle Bahamas e se serate a dipingere Parigi a bordo Senna.

eyes1Poi le cose cambiano: improvvisamente lo spettatore cambia punto di vista, comincia a notare dettagli pungenti, i fatti diventano distorti.

Il dubbio si insinua felpato, e cresce esponenzialmente. In un’ ora le capacità registiche di Burton e la sua follia congenita sfociano in un crescendo di eventi incontrollati, beffe elaborate che reggono per miracolo, fregature, personaggi che si muovono di nascosto e colpi di scena improvvisi.

Walter per vendere i quadri di Margaret si spaccia per il pittore dei grandi occhi, lei è costretta a mentire alla figlia e a non sentirsi mai appagata della sua arte. Dall’ amore, all’ odio, alla guerra. La suspance è lunga e viene tirata fino all’esasperazione l’attesa della ribellione di Margaret.

Ma il vero clou arriva dopo: quando già davanti allo schermo temiamo un finale troppo piatto e calmo per i precedenti mostrati, ecco che arriva. Ma è un falso, un imbroglio, come quello di cui è vittima Margaret nella storia. É solo dopo che lo spettatore supera l’inganno che arriva il vero finale, la guerra aperta e la celebrazione del film con una conclusione degna delle aspettative.

Margaret Keane, pittrice degli anni cinquanta e sessanta, e il marito Walter Keane, ritenuto per anni il vero autore delle opere della moglie che rivoluzionarono l'arte americana.

Margaret Keane, pittrice degli anni cinquanta e sessanta, e il marito Walter Keane, ritenuto per anni il vero autore delle opere della moglie che rivoluzionarono l’arte americana.

La scelta della narrazione è insolita: l’intero film viene raccontato da un giornalista di pettegolezzi ancor prima che il giornalista stesso entri nella storia. Storia tra l’altro vera:  Margaret e Walter in quegli anni in America sono stati un caso famoso in tutto il continente, sia per la rivoluzione artistica che hanno causato che per la causa legale scatenata dall’imbroglio di Walter.

Questi sono gli anni in cui le storie vere a Hollywood non si possono vedere, nel senso che dal momento che viene fatto un film su fatti realmente accaduti diventa per imposizione drammatico e da qualche parte gli autori ci infilano una qualsiasi metafora bigotta sul senso della vita.

Burton è un fuoriclasse a 360°: una storia vera raccontata come una barzelletta di satira e nemmeno venduta nell’incartamento grottesco che è suo marchio di fabbrica e che avrebbe eliminato gran parte del rischio corso dal regista nel distribuire un’opera così fuori dai canoni suoi e della sua industria.

Da sgranare tanto gli occhioni insomma.

 

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