Il golpe in Burundi. Il superamento dell’etnia

Il Burundi è un piccolo paese africano adagiato sulle rive del lago Tanganika e poco più esteso della Sicilia. E’ conosciuto in Italia per lo più per le divisioni etniche e per le diverse carestie che hanno colpito e impoverito il paese, avvenimenti che l’hanno reso l’archetipo del paese povero per definizione: in realtà si tratta di un altro caso di risorse naturali sfruttate con poca lungimiranza. Basti pensare all’uranio, al nichel, al cobalto e ad altre risorse minerarie importanti la cui estrazione porta dei benefici al paese solo in minima parte.

Dal punto di vista politico, il paese è stato teatro di scontri interetnici negli anni ’90 così come nell vicino Ruanda, dove gli Hutu hanno attaccato i cittadini di etnia Tutsi. I motivi d’attrito tra i due gruppi trovano le proprie radici nella colonizzazione dell’area ad opera dei Belgi che attribuirono tutto il potere amministrativo ed economico ai Tutsi. Tale scelta avvenne sulla base di studi di antropologia positivista che attribuivano a tale etnia caratteri ariani in quanto più alti, con caratteri somatici più sottili e (presunte) origini etiopi. Bisogna considerare che i Tutsi sono in forte minoranza nel paese e dopo l’indipendenza si sono ritrovati con i posti di comando economico, politico, amministrativo e militare in mano.

Pierre Nkurunziza, attuale presidente del Burundi.

Pierre Nkurunziza, attuale presidente del Burundi.

Il tentativo di colpo di stato di metà maggio, tuttavia, ha altre motivazioni che non affondano le proprie radici nel dato etnico. Il golpe prende le mosse dalle proteste popolari contro la decisione del presidente Nkurunziza (di etnia Hutu) di voler cambiare la Costituzione per poter concorrere una terza volta alle elezioni presidenziali del prossimo 26 giugno. La Corte Costituzionale, dal canto suo, in data 5 maggio ha avallato l’interpretazione presidenziale (punto forte di tale posizione è il fatto che il primo mandato era stato conferito dal parlamento e non dal suffragio diretto dei burundesi) confermando di fatto la terza candidatura dopo quelle del 2005 e del 2010, contrariamente anche a quanto specificato negli accordi di pace stipulati al termine della guerra civile che ribadiscono il limite dei due mandati. Le proteste si sono mano a mano intensificate, con 20 morti, un numero di rifugiati in fuga verso i paesi vicini che varia tra 80mila e i 105mila unità e il blocco temporaneo di diversi social network utilizzati per stabilire i raduni.

Proteste contro il terzo mandato incostituzionale del presidente Pierre Nkurunziza, 13 May 2015, Bujumbura, Burundi.

Proteste contro il terzo mandato incostituzionale del presidente Pierre Nkurunziza, 13 May 2015, Bujumbura, Burundi.

Il 13 maggio, mentre Nkurunziza si trovava in Tanzania per partecipare ad una conferenza internazionale con Uganda e Ruanda che verteva anche sulla crisi costituzionale attraversata dal suo paese, il generale Godefroid Nyombareh ha proclamato la deposizione del presidente e del governo, riferendo che “le masse hanno deciso di prendere nelle loro mani il destino della nazione per porre rimedio alla situazione incostituzionale nella quale è stato fatto sprofondare il Burundi”. La presidenza, attraverso l’account Facebook, ha definito l’intervento “fantasioso”. Il giorno seguente si sono verificati i primi scontri armati a Bujumbura tra lealisti e golpisti, con questi ultimi che hanno avuto la peggio e perso l’aeroporto della capitale. Il presidente è inizialmente tornato nel paese, ma per timore di essere attaccato è rimasto per diverso tempo nella sua città natale Ngozi, situata nel nord del paese. Con la situazione di nuovo tranquilla, Nkurunziza è tornato nella capitale e ha ripreso le proprie funzioni.

1200x630_305406_burundi-violente-proteste-contro-iIl fallimento del colpo di stato è dovuto essenzialmente allo scarso appoggio dato dai militari a Nyombareh e al fatto che egli stesso si aspettasse una maggior partecipazione popolare che, puntualmente, non è avvenuta. Tali avvenimenti rappresentano un punto di svolta per il Burundi perchè per la prima volta nel paese una dinamica di questo tipo non avviene sulla base di logiche etniche o di appartenenze alla cerchia di questo o quel militare di rilievo. Questo, se da un lato denota una diversa maturità nell’opinione pubblica del paese, dall’altro non esclude in alcun modo una recrudescenza degli scontri che potrebbero sfociare in una guerra civile: le probabilità aumentano considerando la notevole estensione dell’esercito in relazione al territorio e alla popolazione del Burundi.

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