Pride 2015: dov’è finita la parola Gay?

Giugno è mese di Gay Pride. O meglio, di “Pride” senza più gay, perché sì, qualche anno fa si è pensato fosse più politicamente corretto togliere la parola gay. Ora starete forse pensando che io sia polemico, vero? Ebbene un po’ sì, poiché invece di rendere la parola gay un termine che comprendesse tutti coloro che non si ritrovano nella normatizzazione delle vite (omosessuali, bi, trans, pan, inter, o etero coraggiosi) si è pensato fosse bene eliminarla. E noi, liberi pensatori, l’abbiamo mandata giù senza tante polemiche. Ma perché parlarne ancora?

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Quest’anno il Pride si è trasformato di nuovo, ha cambiato nome, si è evoluto (o dissoluto?!), senza che nessuno interpellasse quei poveri cristi che il Pride lo animano da anni (dieci come me, ma so di essere relativamente un novellino).

Quindi diamo il benvenuto a “it’s Human Pride!”, la nuova trovata per rendere ancora più appetibile una parata che risulta a molti oltre le righe. Soprassedendo sulla sensazione che dà il nome, vagamente da reality show ambientato a Ibiza, tentiamo di capire dove si sia impelagato il pensiero politically ultra-correct.

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Si apprende che l’idea di human sia nata per comprendere ogni essere umano, senza voler escludere nessuno, forse per allontanare quelle buoniste accuse di autoghettizzazione. Seguendo questo ragionamento logico, tutto ciò che è umano è correlato con la dimensione dei diritti civili. Ergo, chi ha a cuore la nascita di una società equa e solidale è umano. E il resto?

Non sono forse prodotto dell’umano anche  l’integralismo religioso, l’odio razziale, l’omofobia, le pulizie etniche e ogni altra nefandezza di questa terra? Alla luce di questo ragionamento (il male è parte dell’animo umano) cosa significa “it’s Human Pride”? Sarà la celebrazione dell’umanità tutta, quindi anche della violenza neofascista, della xenofobia leghista, delle barbarie mafiose?

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O forse ci si vuole arrogare il diritto di poter dire che “Noi siamo più umani di Loro”?

In ultimo, ho la strana sensazione che questo human sia una scelta profondamente commerciale per rendere catchy e cool una manifestazione pregna di tematiche complesse e spesso in contraddizione tra loro.

Arrivati qui già me lo sento quel sant’uomo di organizzatore (che aggratìs si fa un paiolo tanto) che mi rivolge a denti stretti l’accusa classica del cosa hai fatto tu per questo Human Pride? Stai tutto il giorno sul tuo smartphone a guardare foto di manzi brasiliani mentre noi per un anno di fila abbiamo sudato e buttato sangue per questo progetto”. Verissimo, tant’è che al Pride ci sarò, con lo stesso entusiasmo di questi ultimi dieci anni, con la voglia di urlare, ballare, fischiare e sudare, sventolando la mia bandiera rainbow e regalando sorrisi alle sciure che ci guarderanno maleficamente al bordo della strada.

Sperando che la scelta di eliminare la parola gay per sostituirla con la parola human sia stata una espressione mal riuscita di quel sentimento caratterizzato dalla volontà di rendere dominante il pensiero egualitario, di rispetto, solidarietà e sospensione del giudizio.

Buon Pride a tutti, human e non!

photo credits: Davide Bombini

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