La rivincita delle breadwinners

C’è chi parla di ripresa economica. Il “dove”, il “come” e il “quando” non sono poi così sconosciuti: solite macro-aree (Nord Italia principalmente), con modalità un po’ impervie (part time, lavori a provvigione e via discorrendo sulla strada del precariato assoluto), mentre il momento è esattamente quello in cui la psicosi collettiva relativa alla crisi tende ad allentarsi.

Quel che non ci è noto, però, è il “chi”: chi sta contribuendo alla ripresa, chi ha spulciato attentamente l’attempato mercato del lavoro italiano, chi ha saputo “reinventarsi” (inquietante termine che denota la capacità del lavoratore di effettuare quella metamorfosi che da graphic designer lo porta a diventare un idraulico). Siccome mi piace fare spoiler, ma soprattutto non voglio che ve lo dica Studio Aperto con un servizio condito da tette e culi non richiesti, ve lo dico io: la risposta alla crisi è stata decisamente coadiuvata dalle donne.

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girl3Pare che le donne che “portano il pane a casa” (da qui il termine breadwinners) stiano aumentando a dismisura. Non si tratta, però, di un dato determinato solo dall’emancipazione, dal tasso di istruzione o magari da un qualche trickle-down effect dovuto a un avanzamento di carriera dei partner. La vera causa risiede nella recessione e, ancor prima, se vogliamo, in un fenomeno tipico dei nostri anni, ovvero la mercificazione generalizzata degli aspetti fondamentali delle nostre vite, primo fra tutti il tempo.

L’aumento esponenziale delle donne breadwinners è stato causato dalla necessità delle famiglie di rientrare a far parte del sistema produttivo con l’occupazione di almeno un loro membro, spesso nell’attesa di un nuovo impiego per la figura old-fashioned del “capofamiglia” al maschile. La fame e le bollette, però, non attendono di certo.

girl2Ed è proprio qui che il cambiamento potrebbe intervenire, e talvolta già interviene: una volta divenute attive all’interno del tessuto economico, difficilmente le donne rinunciano a questo status, perché ne riconoscono il valore – finanziario, certo, ma anche e soprattutto sociale.

Detto ciò, i focolai di resistenza culturale a questo fenomeno (vedi Costanza Miriano e compagnia bella, aggiungendovi quelli che imputano l’odierno scatafascio dell’istituzione famiglia all’occupazione femminile, anziché dare un’occhiata a quei loro cliché da sempre scambiati per “valori” e pensare a una sana de-istituzionalizzazione del nucleo famigliare) farebbero bene ad attaccarsi al tram e a tirare forte. È difatti inutile stigmatizzare una tendenza già socialmente (anche se, purtroppo, faticosamente) accettata e imposta dal pragmatismo contemporaneo. Anzi, mi verrebbe quasi la mezza idea di ringraziarlo, questo capitalismo, se grazie ad esso è possibile dimostrare quanto quel preciso segmento di vergogna sessista e filopatriarchica sia in torto.

Vorrei citare fonti e articoli, sebbene tutto ciò sia sotto gli occhi di chiunque, ma non mi è possibile per mancanza di tempo. Il perché, in conclusione, dovrebbe essere facilmente intuibile: sono una breadwinner anch’io.

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