Sleaford Mods, Divide and Exit – la recensione.

Il punk è morto, il rap è morto e neanche io mi sento troppo bene.

Scherzi a parte, dai Sex Pistols fino ai Clash il punk inglese, quello che incendia le pagine dei giornali, dai più patinati fino aSleaford Modsi settimanali scandalistici di bassa lega, sembra morto (non parlo dell’underground). Il rap, o Hip Hop, sembra diventato una vetrina di un qualsiasi negozio di lusso.

Che fine hanno fatto i temi sociali, lo sputtanamento violento delle contraddizioni di questa nostra società impazzita? Sleaford Mods è la risposta: un duo inglese, originario di Sleaford, che incarna perfettamente la sintesi incendiaria e “dalla lingua lunga” tra i due generi sopra citati. Non si tratta, tuttavia, di crossover di matrice Rage Against The Machine; piuttosto siamo di fronte ad un nuovo modo, rivoluzionario, di intendere la fusione tra i due generi.

Divide ed Exit è il secondo lavoro del duo britannico che esplode subito dalla prima traccia, rigorosamente low-fi: basso, batteria e chitarra. Il testo viene letteralmente vomitato usando una splendida tecnica, la sprechgesang, un misto fra il cantato ed il parlato. Ritornelli che ti entrano in testa, melodie semplici, che ci riportano allo stile scarno e diretto dei migliori gruppi punk. Airconditioning e Tied up in nottz sono perfetti come brani di apertura e fino a Little Ditty la ricetta si ripete.

I brani successivi si spostano di più verso la realtà del duo, che non è un gruppo completo di tutti gli elementi: basi pre-registrate e campionament, un punk con elementi di elettronica ma fedele alle origini geografiche del gruppo; ritmi e suoni che si avvicinano all’industrial britannico (l’accoppiata Strike Force e The Corgi). La durata media dei brani è decisamente punk: 2-3 minuti massimo, diretti, cattivi, sputati rigurgiti di denuncia conditi da accento marcatamente britannico, non potete avere dubbi!

La rivoluzione portata da questo duo è decisamente in controtendenza rispetto alle realtà musicali odierne dei due generi: il punk con le sue sonorità tipiche, il basso secco e con le linee melodiche in scala, che diventa campionamento al servizio del rap di matrice sociale che i rappresentanti odierni del genere hanno lasciato nel cassetto della topaia in cui vivevano prima dell’avvento del bling-bling e dei macchinoni miliardari pieni di modelle. Una lezione di stile, un monito per chi si è dimenticato della funzione sociale dei due generi, vittime odierne di quel narcisismo pacchiano ed illusorio della società moderna.

sleafordsheffield

Vedere il duo dal vivo è qualcosa di spettacolare: un laptop ed un microfono e i due Inglesi con la loro faccia forgiata dalle periferie ed il degrado frutto di anni ed anni di Tatcher, Blair e company. Non saranno i profeti delle periferie e degli emarginati, ma i testi hanno questa tendenza, denunciando, sputando sui massimi sistemi ed isitituzioni (famiglia reale inglese compresa): non c’è più posto per le fregnacce in questo momento, serve una presa di coscienza, c’è troppo letame e non serve per farci nascere i fiori, nel letame ci sguazzi e basta, anzi, ci anneghi!

Il disco procede dritto dritto, come un comizio, come uno spot televisivo che ti entra dentro, ti attraversa, ti carica e all’ultimo beat dell’ultima traccia ti lascia con quel grigio cemento dentro che piano piano si incendia. Comizi di denuncia, lettere d’amore all’intelligenza dell’uomo, ritornelli punkeggianti, quasi tendenti alla filastrocca, 14 brani brevi e diretti, strumenti acustici e reali mixati con beat elettronici: la ricetta perfetta per un disco da ascoltare in quest’epoca in cui non abbiamo tempo per fare nulla perché ne siamo derubati.

Ma non illudetevi: i testi sono pesanti, parole come macigni che, se assestati bene, possono resuscitare una generazione apatica che va avanti a suon di rap e punk scadente da ormai molti anni.

Voto 8 a questo secondo lavoro del duo che, si spera, non si commercializzi troppo velocemente come la società che loro in primis accusano e violentano nei brani veloci e diretti.

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