Perfidia: quando il sonno della periferia genera mostri

Perfidia-filmPerfidia è un film del 2014, da un soggetto di Bonifacio Angius, impegnato nello stesso anche come regista e sceneggiatore. La storia è ambientata in una vaga provincia del sassarese, riconoscibile non tanto dai luoghi quanto dalla marcata cadenza della lingua, nè nascosta e nè ostentata. In Perfidia c’è la Sardegna d’oggi, quella che nessun sardo (popolo ultranazionalista per necessità) nè italiota markettaro vi racconteranno.  Quello che subito stranisce infatti è lo scenario fuori dai clichè e dalle banalità: niente spiagge assolate colme di turisti, niente pastori, niente sagre di paese o maialetti nei girarrosti, niente callusu appesi, niente maschere arcaiche nè donne anziane in nero dalla testa ai piedi.

La “provincia”, location e co-protagonista, entità che di per suo è già sinonimo di emarginazione, in Perfidia diventa emblema dell’emarginazione nell’isolamento. Perchè, badate bene, quando si parla di Sardegna non si parla (solo) di isolamento geografico, ma anche e sopratutto di quello culturale e sociale. Ed è proprio in questo scenario, grigio nei colori come negli animi, che si dipana la storia di Angelo, post trentenne nel pantano di un’esistenza votata all’immobilismo.

“Ma a te cos’è che ti piace Angelo?” gli chiede provocatorio il padre Peppino, “Adesso non mi viene in mente niente” fa il figlio di rimando. Angelo, che sembrerebbe ma non è lo scemo del villaggio, per quanto coi suoi amici pare facciano a sfida a chi è più cabbu di cazzu dell’altro. E poi Peppino, un padre non proprio ottimo, anzi, che ha trascorso una vita intera senza quasi accorgersi dell’esistenza del suo unico figlio, se non adesso che la propria moglie è morta.

Perfidia-filmCrisi economica dilanante dunque lavoro più inesistente che precario, vita buttata in bar squallidi a bere vino e Ichnusa, la sveglia all’ora di pranzo perchè “tanto che mi alzo a fare?”, il tutto votato appunto ad un inerzia accettata senza remore. Come se questo fosse l’unico modus vivendi possibile. Quella raccontata in Perfidia è una storia drammatica, tinta di un iperrealismo che spaventa.

perfidia-filmSpaventa perchè nella storia di Angelo, e in quell’altra umanità di contorno, sprecata un pò per scelta ed un pò per circostanze, possiamo rivedere le nostre storie o quelle di persone che la periferia desolata e desolante l’hanno vissuta in prima persona. Ma alla fine, perchè c’è sempre una “fine”, le situazioni trascineranno il nostro protagonista, apparentemente catatonico e/o inetto, portandolo a fare forse la prima vera scelta della sua vita. Una scelta predetta nel titolo, appunto.

La Sardegna, una terra così dannatamente bella ma al contèmpo così capace di generare mostri. Ed è nelle parole di Angius, il regista, che forse riusciamo a capire, o almeno intravedere, l’oscurità dell’animo di Angelo e cosa l’ha generata, pezzo dopo pezzo, lungo quei trenta e oltre anni di (in)esistenza: “Volevo  raccontare alcuni aspetti della follia umana con uno stile inedito: tenero, glaciale, violento. Ma non è la follia “patologica” che mi interessava portare sullo schermo, piuttosto la follia come conseguenza ad a una quotidianità talmente stagnante da diventare feroce, devastante”

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Beh, che altro dire? Alla visione di questo film, io, mi son fatto la stessa identica domanda di quando ho salutato la mia terra, per l’ennesima volta, un mese fa: come possono degli spazi apparentemente così infiniti essere al contempo così claustrofobici? E Perfidia, un poco, mi ha dato la risposta.

 

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