Perché vale la pena seguire il calcio

Il recente scandalo FIFA, il calcioscommesse, la violenza negli stadi: non è certo un bel momento per lo sport più amato dagli italiani.
Mi è capitato recentemente di discutere a riguardo con alcuni ragazzi. La loro opinione era che il football fosse sopravvalutato e che fosse così seguito solo perchè i media dicono di farlo.

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In 22 anni di vita, di cui circa 16 spesi a inseguire una palla che schizza su una distesa verde, io dico che non sono i media a far innamorare del calcio, ma è quest’ultimo a fare innamorare. Chi non capisce molto di tennis può rimanere indifferente davanti un ace di Rafa Nadal, ma anche il più nemico degli sport non può non entusiasmarsi davanti a una rovesciata di Zlatan Ibrahimovic.

La tesi di questi ragazzi era che fosse meglio il rugby. Con tutto il rispetto, de gustibus non disputandum est : va bene la correttezza, i terzi tempi, la mancanza di simulazioni e tutto quello che volete. Ma non mi entusiasmano trenta soldatini che si fanno la guerra.

E poi c’è un fattore fondamentale: per praticare il rugby, il basket e la maggior parte degli sport si ha bisogno di una struttura fisica al di fuori della norma e di particolari attrezzature quali canestri e palle ovali. Per giocare a pallone basta staccarvi da questo pc, scendere sotto casa, fare due porte con quattro sassi e un pallone con una lattina e cominciare a giocare. È questo che ha reso il football il gioco più bello del mondo: la sua semplicità.

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Che il gioco più bello del mondo adesso sia infarcito di miliardi è vero. Il sopraccitato Ibrahimovic prende una ventina di milioni l’anno, più di Hollande, Presidente della Repubblica del Paese dove milita la squadra dello svedese. Voglio precisare che i soldi che girano nel calcio sono forniti da privati e, a meno che non vogliate trasferirvi in Corea del Nord, dovrete farvene una ragione. È il libero mercato, baby.

Al di là di tutto questo, a me non frega niente del conto in banca di Ibra. I soldi ci sono sempre stati e, al di là della retorica da Controriforma, non sono lo sterco del diavolo. Sono utili e chi ce li ha vive meglio, punto.

Al di là di questo, dicevo, il vero motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo è un altro. Quello che non mi capacito che i non-calciofili non capiscono, e che mi sforzo di comunicare. Il calcio è, in primis, conoscenza e incontro di culture. Il simbolo di Valencia, il pipistrello, fu introdotto dagli arabi durante la dominazione ottomana. In seguito, il Valencia FC ha utilizzato quell’oscuro mammifero volante come simbolo, e si fanno chiamare los murcielagos. El tiburon, el loco, el payazo, la catedral. Gran parte dello spagnolo che parlo e capisco lo devo al football. Madrid ha un quartiere di sinistra, Vallecas. La squadra che lo rappresenta è il Rayo Vallecano, che vanta ultras anarchici chiamati Bukaneros e un inno composta dagli Ska-P.

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E mille altre storie, come quella del Manchester United che nel 1958 perde il 90% della squadra in un disastro aereo. Sopravvivono in pochissimi, tra i quali il capitano Bobby Charlton e l’allenatore Matt Busby. Dal dolore trovano la forza per ricostruire la squadra e vincere la Coppa dei Campioni. E Nottingham, che alla fine degli anni ’70 vede arrivare un giovanotto, tale Brian Clough, che aveva fallito clamorosamente a Leeds e altrettanto clamorosamente porta quella cittadina dell’interland inglese sul tetto d’Europa per due volte consecutive.

Vi racconterei del St. Pauli, la squadra degli anarchici antimilitaristi tedeschi, o del West Ham, la squadra degli operai, tifata dalla maggior parte dei gruppi punk inglesi degli anni ’70. E poi la rivoluzione culturale olandese di fine anni ’60, che porta i giovani al potere nelle rivolte di Amsterdam e che porta l’Olanda di Johan Cruijff a praticare un calcio bellissimo e maledetto.

Potrei non finire più. So solo che, quando incontrerò un ragazzo o una ragazza di San Sebastiàn non gli parlerò di lezioni o di Università. Nossignore. Gli parlerò della Real Sociedad, di quella meravigliosa maglia a strisce blu e bianche e di quella primavera del 2003 che stava per portare una minuscola provincia basca sul tetto di Spagna.

E quando incontrerò un francese parleremo dei piedi fatati di Zidane e di quella Nazionale che aveva unito un Paese intero sotto un’unica bandiera, alla faccia di LePen padre e figlia.

“Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio” diceva Josè Mourinho. Mi sa che l’equazione vale anche al contrario.

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