Banchettare disturbi alimentari

Sembra quasi che avere un disturbo alimentare nel 2015 sia come prendersi il morbillo. Di diverso, rispetto a qualche anno fa, è che se ne parla molto di più e forse questo, per un certo verso, è stato negativo in quanto oltre agli esperti, ne parlano i giovani, soprattutto attraverso i social network.

Dico negativo, nel momento in cui ci sono stati molti casi di emulazione, quasi come se andare in bagno a vomitare il pranzo fosse diventato un hobby, un po’ come ascoltare musica, fare pilates o andare a pesca. Con queste parole non voglio certo sminuire e vanificare un disagio così grande, che oltre a condizionare negativamente la vita delle persone e causare sofferenze di ogni tipo, può condurre alla morte, una morte spesso accompagnata da una lunga e dolorosa agonia.

Sfatiamo innanzitutto un mito: i disagi legati all’alimentazione non sono prettamente femminili, ma colpiscono anche gli uomini. Un celebre caso è quello di J.M.Barrie, ossia l’autore del famosissimo libro Peter Pan. peter-pan-y-wendyInfatti lo scrittore, oltre a quest’opera che noi conosciamo grazie al celebre riadattamento di Walt Disney, ci ha lasciato molto altro materiale letterario in cui il copione è sempre il medesimo: c’è un mondo dei bambini intoccabile e separato che non si vuole abbandonare, si è talmente leggeri da poter volare e se non si mangia si assumono caratteristiche particolari e si acquisiscono poteri magici.

Dall’analisi delle opere, incrociata con lo studio della biografia di Barrie, è risultato che, purtroppo, egli aveva subito un grosso trauma durante la pubertà: la morte del fratello minore, evento tragico che mutò l’equilibrio familiare a tal punto che l’autore decise di consolare la madre rinunciando a mangiare e rimanendo piccolo per riempire il vuoto lasciato dal fratello morto.

Ma andiamo per ordine, o meglio, ricordiamoci innanzitutto che anche se in questo articolo verranno elencati una serie di sintomi, non significa che per tutti debba essere così: ci sono infinite sfumature con cui possono colorarsi queste malattie, perchè ogni essere umano è diverso e ogni storia a sè. Si definisce anoressica, sostanzialmente, una persona che si alimenta in maniera insufficiente. Alcune ragazze affette da questo disturbo si cimentano in smodata attività fisica e sono altresì dette iperattive. Costoro inoltre tendono a voler eccellere in alcuni ambiti della loro vita, in primis nei voti a scuola.

Si definisce invece bulimica una persona che compie abbuffate e successivamente vomita, o alterna periodi di digiuno. Alcuni esperti hanno individuato come caratteristica principale che differenzia le due categorie, il fatto che, mentre l’anoressica fa di tutto affinchè il proprio disagio sia conosciuto dagli altri, quasi come a voler attestare la propria presenza fisicamente nel mondo, la persona bulimica, invece, lo nasconde con tutte le forze, come a voler sparire e ad annullarsi.

Io credo sia sbagliato parlare di categorie ben distinte nella società di oggi, ma soprattutto, per esperienza personale, posso dire che difficilmente si può trovare un’anoressica o una bulimica “pura”. Anzi, molto spesso in entrambi i casi, osservando da vicino la malattia, pare quasi che una sia la continuazione dell’altra, e sembra che la stessa persona che ne è affetta passi da periodi bulimici di riempimento a periodi anoressici di svuotamento. E il riempimento e lo svuotamento sono legati soprattutto a una questione emotiva, connessa alla psiche. Quindi non solo una questione fisica, per quanto questa sia la componente della malattia più evidente.

munch20pubertad1Volendo, invece, ricercare le cause di questa malattia, ci sono diverse tesi: la più gettonata è quella che mette alla gogna esempi di corpi diffusi dai mass media irraggiungibili, che indurrebbero soprattutto le giovani adolescenti ad assumere condotte alimentari sbagliate. Un’altra possibile chiave di lettura è quella che mette in risalto una vita vissuta dal soggetto come piena di oneri e costrizioni, che trova in questa malattia un modo per avere sotto controllo il proprio corpo.

E un esempio ne sono le sante anoressiche medievali: l’anoressia e le altre manifestazioni corporee diventano nel Medioevo l’unica possibilità per la donna di affermare il proprio potere nel ruolo sociale, mistico-religioso. Una donna era destinata a sposarsi con chi era designato dalla famiglia di origine, oppure a entrare in un convento di clausura. In tal caso, però, non poteva studiare e non acquisiva il potere clericale di parlare in pubblico e predicare.

Solo una rinuncia eclatante al proprio corpo permette alla donna di favorire, trasmettere e viversi le sensazioni e i desideri come manifestazione di fede ed espressione religiosa. La “Santa anoressica” trova così una possibile conferma nel proprio ruolo di potere mistico, attraverso la possibilità di convincere della sua santità i confessori spirituali a cui veniva affidata e a cui non cedeva, come non aveva ceduto alla famiglia, quando le veniva richiesto di guarire riprendendo a nutrirsi. L’anoressia, insieme alla flagellazione e altre sofferenze corporali, diventa il mezzo per avviare alla santità la donna il cui corpo era simbolo di lussuria, debolezza e irrazionalità.

Infine, diversi neuropsichiatri adducono a questo fenomeno patologico una connessione con l’aver subito abusi nel periodo dell’infanzia: la manifestazione della malattia sarebbe l’affiorare, il rappresentare concretamente un dolore con radici ben più profonde. Oppure un soggetto abusato troverebbe, come strategia-via di fuga questa malattia, che lo farebbe rientrare in possesso di un corpo abusato da qualcun altro.

Alla luce di queste informazioni, l’elemento per me più evidente è il vissuto di un corpo che non si riesce ad accettare, soprattutto in una società dov’è onnipresente nei mass media, ma che allo stesso tempo viene negato, come se vi fosse una competizione tra mente e corpo, e una totale scissione: solo una delle due parti deve essere la più nutrita.

E proprio perchè vi è una componente decisionale molto forte da parte del soggetto, a livello educativo, frasi che lo esortino ad alimentarsi, costrizioni o la stessa alimentazione forzata, non conducono a nulla: chi ha un disagio alimentare, se ha deciso di morire lo farà, magari anche solo perchè quella è l’unica decisione che ha preso nella propria vita.

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Per questo, quando a livello professionale incontro una persona con tali peculiarità, mi limito a chiederle se sa a cosa va incontro, perchè credo che tutti debbano essere liberi di decidere cosa fare della loro vita. Chiedo loro solamente di prendere in considerazione i possibili effetti della loro scelta.

Infatti, un neofita di questa malattia non sa che:
• La mattina troverà sul cuscino lo scalpo, e in alcuni casi rimarrà completamente pelato;
Rimarrà sdentato, a causa dei succhi gastrici, o per la cattiva nutrizione;
• Comincerà ad avere sbalzi di temperatura allucinanti, per cui a dicembre, in piena bufera di neve, si ritroverà a maniche corte, oppure col pull over in spiaggia;
• La propria vita, i propri interessi, ruoteranno intorno a questo e niente altro: si passeranno intere giornate a pensare a cosa fare in relazione al cibo;
• Scarsità di cibo significa non riuscire a fare nulla. Quindi addio a qualunque tipo di hobby;
• Se si sta facendo questo per dimagrire, e quindi essere più piacevoli agli occhi degli altri, bisogna ricordare che uno degli effetti collaterali è proprio la carenza ormonale, che quindi ridurrà il desiderio sessuale e, comunque, non si arriverà mai a piacersi; perciò, difficilmente, ci si farebbe mettere le mani addosso da qualcun altro;
• Le donne vanno in amenorrea (perdita del ciclo mestruale) e dovranno così rinunciare a un qualsiasi desiderio di maternità. Qualora il ciclo tornasse, magari dopo un miglioramento, sarà accompagnato da dolori lancinanti, al di fuori della norma;
• La fine migliore che si può ipotizzare è quella di un collasso della valvola mitrale, o di tutti gli organi interni, preceduto da mesi in cui ci si sveglia di notte, sudando freddo, in aritmia, cercando di mangiare qualcosa per disperazione, ma tutto quello che si cerca di infilare in gola, viene automaticamente rigettato all’istante. Chi è sopravvissuto racconta di aver avuto una sensazione di angoscia indescrivibile e di “aver sentito il cuore staccarsi, esplodere letteralmente”.

Però, la responsabilità di scegliere tra questi risvolti e un futuro migliore alternativo rimane sempre al soggetto, ossia alla persona che è l’unica padrona della propria vita. Essa deve però, a parer mio, aver possibilità di scegliere solo dopo un’accurata analisi della situazione e non pensando, semplicemente, che non mangiando e vomitando otterrà “un corpo migliore, ideale, perfetto”.

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