Progressive Rock: the italian invasion

Banco-Banco-del-Mutuo-Soccorso-1975È il novembre del 1968, Roma. Un ragazzino laziale, tal Vittorio Nocenzi ha in programma un’audizione per la RCA, sotto l’egida di Gabriella Ferri. L’industria discografica italiana, in piena Beat Generation, non cerca certo un cantautore solista, così il simpatico Nocenzi viene gentilmente pregato di andare a cercare altrove. No no, certo che ho un gruppo, e io ne sono il leader fra l’altro” fa lui. “Va bene regazzì, porta questo fantomatico gruppo la prossima settimana, ma adesso fuori dai co***oni”.

Il “regazzino” si trova a dover allestire un intero gruppo musicale nel giro di una settimana, per presentarsi all’audizione ed avere una qualche speranza. Riunisce tutti i suoi parenti e amici in grado, non dico di saper suonare, ma almeno imbracciare, uno strumento. L’audizione, miracolosamente, riesce.

La formazione, adesso che si ha più tempo, può venire ritoccata: dentro un nuovo chitarrista e un nuovo batterista. Il gruppo prende il nome di un istituto di credito di Marino, zona di Roma Capitale, paese natio del Nocenzi: Banco del Mutuo Soccorso.

Alla fine degli anni ’60, l’Italia, in piena cresta dell’onda economica e con finalmente dei movimenti politico-studenteschi degni di questo nome (di lì a poco sarebbero nate Lotta Continua e Autonomia Operaia), è uno dei primi Paesi a percepire la scintilla rivoluzionaria pop-beat che arrivava da Oltremanica: Moody Blues e Procol Harum stavano già sperimentando qualcosa di molto vicino al progressive rock, e Daevid Allen stava portando la scena di Canterbury al suo apogeo.

Genesis, King Crimson, Emerson Lake & Palmer e Van Der Graaf Generator cominciano dei fortunatissimi tour nella Penisola. I giovani gruppi italiani non si fanno aspettare: Dies Irae dei Formula3 e l’omonimo dei The Trip sono gli spartiacque di una nuova era: il rock progressivo italiano. Ma è il 1972 il vero anno zero: Nocenzi con il suo gruppo fa uscire Darwin!, la PFM Storia di un minuto e Le Orme Collage. Questi tre gruppi formeranno “la troika”, ossia l’architrave su cui farà perno un intero movimento, non solo musicale.

I ragazzi più suonano e più diventano bravi, con le loro melodie piene di arpeggi, barocchismi e colpi di classe. Tanto da riuscire nell’impresa di competere con i loro compari anglosassoni: la PFM appofondirà il progressive più tradizionale, à la King Crimson; il Banco andrà alla ricerca del suono ricercato e particolare; mentre le Orme rimarranno sempre nella sfera beat, legandosi molto ai Van Der Graaf Generator. Intanto, miriadi di gruppi e gruppettini si stavano facendo largo su scala nazionale.

Addirittura, sulla scia dei festival dei festival musicali di Woodstock e dell’Isola di Wight, l’Italia ha la sua prima manifestazione musicale giovanile: è il Festival Pop (così veniva chiamato, negli anni ’70, il progressive rock) di Caracalla, a Roma. Menzione speciale va fatta per gli Area che, capeggiati dal greco naturalizzato italiano Demetrio Stratos, a partire dall’album d’esordio Arbeit macht frei, cominciano un lungo esperimento musicistico-cacofonico. Il gruppo di Stratos considera la voce come uno strumento e la musica senza barriere, totale. Arriveranno a spaziare dal free jazz, alla musica etnica, fino alla musica elettronica.

Avrete ben inteso che il periodo progressive della nostra musica è stato molto complicato, variegato e intenso. Con un pezzo di quattromila battute non posso che accennare ai capisaldi più importanti. Vi sarà utile questo link per approfondire l’argomento. Come per i paesi anglofoni, i dinosauri del progressive italiano si estinguono quando arrivano le “nuove specie” punk e new wave. Dimostrazione che, anche se per un breve periodo, anche noi abbiamo avuto la nostra “Italian invasion”.

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