“Parma Parallela”: alla scoperta del Museo Guatelli

Parma, 2009 o giù di lì. Con il mio gruppetto di amici pseudo-rivoluzionari ce ne andavamo per concerti. D’estate andavamo ad ascoltare i gruppi un po’ alternativi in un posto appena fuori città, praticamente un grande prato con un chiosco della birra, uno dei panini e poco altro. In mezzo alle serate punk o reggae aveva suonato un certo Antonio Benassi, che faceva principalmente musica ironico-demenziale in dialetto parmigiano, ma che era anche l’autore di quella che divenne la nostra hit dell’estate: Parma Parallela.

La canzone è una lamentela contro tutto quello che Parma è diventata negli ultimi anni: una città fighetta e dedita solo al profitto (senza grandi risultati, come si è visto poi) e che ha tradito parte dello spirito rosso e contadino che la animava. Il ritornello, da urlare a squarciagola, dice “Da qualche parte c’è Parma Parallela / ed è proprio lì che me ne andrò”.

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Se vi state chiedendo se c’è davvero una Parma Parallela o se è solo un’invenzione dell’autore vi rispondo prontamente: sì esiste. Come tante altre città, se si riesce ad andare oltre l’apparenza, può mostravi luoghi inaspettati.

Uno di questi è a circa mezz’ora dal centro, in provincia, vicino a dove abito io. È il Museo Guatelli, un “museo delle cose”. L’idea sembra abbastanza semplice da spiegare ma nasconde significati complessi. Ettore Guatelli, figlio di contadini che a causa della cagionevole salute non si era dato al lavoro nei campi ma aveva invece studiato, fino a diventare maestro elementare, aveva cominciato circa quarant’anni fa a raccogliere tutti gli oggetti che facevano parte della civiltà contadina, una civiltà che stava rapidamente declinando in favore di quella industriale prima e post industriale poi.

museo-19-s600x600Il Museo Guatelli si presenta come una grande casa di campagna, le cui stanze sono interamente occupate da moltissimi oggetti, che rispecchiano tutti gli aspetti della vita quotidiana di qualche decennio fa: ci sono le falci e altri attrezzi per lavorare nei campi, i tini, le botti e i mastelli dove pestare il vino, gli utensili da cucina e perfino i giocattoli, spesso costruiti a mano dai bambini stessi, con pochi mezzi e molta fantasia.

La ricerca di Ettore non è stata svolta senza cognizione di causa: ha classificato molti degli oggetti raccolti, stilando per ciascuno di essi schede che ne raccontavano la storia e ne spiegavano l’utilizzo. Un vero e proprio studio antropologico, lucido, lungo una vita e svolto rigorosamente sul campo. Un posto che ancora oggi può farci riflettere sulla nostra condizione di uomini post-moderni, legati ad uno stile di vita nettamente diverso da quello del passato ma non sempre migliore.

È un luogo che però ha anche un suo fascino visivo: spesso vi sono tanti oggetti simili, della stessa tipologia, ad esempio tante falci o tante scarpe, disposti sui muri a creare forme e decorazioni. Questi, privati della loro funzione primaria, resi inerti, diventano però un segno, in grado di trasmettere bellezza e trasformarsi infine in arte.

Museo-GuatelliPer me, che l’ho visitato fin da bambina, il Museo Guatelli ha assunto un fascino magnetico, che periodicamente mi riporta lì, ed è strano vedere che ogni volta che ci vado scopro storie nuove, aneddoti mai sentiti. In qualche modo è però anche rassicurante, perché è come vedere finalmente le nostre radici senza ipocrisie o abbellimenti, semplicemente un tuffo nella quotidianità del passato.

Dalla morte di Ettore in poi, avvenuta nel 2000, del museo si sono occupati tanti volontari e qualche istituzione, che hanno fatto sì che potesse assumere nuove vite ancora: spazio per mostre d’arte, per presentazioni di libri, per concerti, luogo di feste, cercando di esaudire uno dei desideri di Ettore, che in un’intervista dichiarava “Io vorrei un museo dall’estremo ieri all’estremo domani”.

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