“Gli immigrati ci rubano il lavoro” e altre stronzate – Parte 1

Lo ammetto: questa storia dei talk show televisivi mi sta lentamente, ma inesorabilmente, sfuggendo di mano. Mercoledì mattina, ad esempio, ho passato venti minuti nel reparto ortofrutta del supermercato prima di trovare il coraggio di avvicinare il commesso e chiedergli come stesse reagendo il comparto alimentare davanti all’erosione dei consumi provocata dal perdurante calo dei prestiti alle famiglie. Solo a quel punto mi sono reso conto che il tipo non era Pagnoncelli ma uno che gli somigliava soltanto. Voglio dire, voialtri come fate a tenere il conto dei giorni della settimana senza regolarvi con il palinsesto della prima serata di La7?

In ogni caso la situazione sta migliorando, ieri ho definitivamente abbandonato l’idea che Matteo Salvini possa essere mio padre. Certo, continuo a vederlo tre volte al giorno, ma sono a tanto così dal dimostrare che passi tanto tempo sotto i riflettori perché nel 2018 proverà a candidarsi come primo presidente del consiglio nero nella storia della Repubblica. Stratagemmi elettorali. Un’altra cosa che ho capito nell’ultimo mese è che il cinquanta percento del lavoro di un buon giornalista consiste nel farsi (e fare agli altri) le domande giuste. In particolare se da quelle domande dipenderà l’orientamento dell’opinione pubblica. E non so se avete messo il naso fuori dalla porta di recente, ma in quanto a informazione – soprattutto in tema di immigrazione – non siamo messi esattamente benissimo.

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Già, perché la vera terra inesplorata del giornalismo italiano sono le risposte e tutto quel lavoro di fact-checking e follow-up ad esse relative. Termini per cui nemmeno esiste un corrispettivo italiano, tanto sono lontane dalla nostra cultura. Ecco, quello che segue è dunque un vero e proprio kit di sopravvivenza in due parti – se volete – per difendersi dalla piaga dei talk show e superare indenni gli infiniti monologhi di Giorgia Meloni, un esercizio di resistenza intellettuale a tutti quegli istinti che mirano a solleticare la pancia molle del disagio, una risposta razionale alla demagogia eretta a marketing elettorale. Perché un paese che abdica la propria coscienza democratica a Joe Formaggio, ha abdicato anche un po’ al proprio futuro.

Accogliamo troppi immigrati
Va innanzitutto premesso che gli stranieri risiedenti in Italia sono poco più di 5 milioni e mezzo, vale a dire circa l’8% della popolazione complessiva. Solo 300 mila sono gli irregolari. Il concetto di “troppo” è molto relativo, ma troppo rispetto a che cosa, esattamente?
Secondo gli ultimi dati Eurostat, l’Italia ha accolto nel solo anno 2013 ben 307 mila immigrati; meglio di noi hanno fatto solo Francia con 332 mila, il Regno Unito con 526 mila e la Germania, 692 mila (per rendersi conto della portata del fenomeno, gli Stati Uniti nello stesso anno si sono fatti carico dell’accoglienza di 990 mila persone). Siamo dunque il quarto paese in Europa per mera quantità, ma accogliamo 6 migranti ogni mille abitanti e in questa statistica siamo al diciottesimo posto (su 27, perché i dati sono precedenti all’ingresso della Croazia nella UE).

Immigration_by_citizenship,_2012_YB14_IIGli ultimi dati dettagliati disponibili però, risalgono al 2012, anno in cui gli ingressi in Italia erano stati stimati in 350 mila unità. Di questi, 29 mila erano emigrati “di ritorno” (cittadini nati all’estero che immigrano nel paese di cittadinanza per la prima volta) e 104 mila gli immigrati comunitari, ovvero quelli residenti nell’Unione Europea (della maggior parte dei quali non si può bloccare il circolo, grazie agli Accordi di Schengen), che sommati incidono per un totale del 38,1%. Insomma, gli immigrati extracomunitari erano risultati “solo” 217 mila, meno di 4 (3,56) ogni mille. Il Libano (63esimo paese al mondo per PIL pro capite) ospita 1.124.942 di soli rifugiati siriani: un abitante su cinque è un essere umano scappato dalla guerra.

Diamo agli immigrati 40 euro al giorno
Intanto qualsiasi considerazione sul tema non può prescindere dal dato di fatto che tutto il giro di denaro attorno ai centri di accoglienza deriva da fondi stanziati direttamente dall’Europa. Ciò detto, le spese di gestione per ogni migrante sono valutate intorno ai 35 euro pro capite al giorno, ma capita ovviamente che possano arrivare fino a 40, così come che possano scendere fino a 30; trattandosi di rimborsi relativi a servizi di micro-welfare, le prestazioni sono naturalmente soggette all’andamento del costo della vita e diverse da regione a regione. Attenzione però, perché gli ospiti dei centri di accoglienza non percepiscono integralmente la famigerata somma, ma possono gestire liberamente solo 2 euro e 50 centesimi, il cosiddetto pocket money. La restante parte finisce dunque nelle casse delle cooperative che ricevono l’appalto dai singoli comuni e che si impegnano a fornire, in cambio, servizi di “vitto, alloggio, pulizia e manutenzione dello stabile, mediazione culturale, assistenza legale, visite mediche e, in alcuni casi, per l’iter burocratico per diventare rifugiati”.

immigrati-immigrazioneCi rubano il lavoro
Uno dei luoghi comuni, quando si parla di immigrazione, è quello relativo alla frase “ci rubano il lavoro”. Lo stereotipo riscuote un enorme successo presso i pasdaran dell’ultranazionalismo perché nella concezione comune è penetrata l’idea che un immigrato sia disposto a lavorare con un salario più basso e a condizioni contrattuali peggiori rispetto a quelle dell’italiano medio. Se ciò è vero, lo è nella misura in cui si parla di immigrazione irregolare e dunque di quell’assoluta assenza di diritti in cui si muove chi, per abbassare il costo della manodopera, non si fa scrupoli a sfruttare situazioni di particolare disagio.

immigrazione-lavoroSecondo il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) sono poco meno di 2 milioni e mezzo gli occupati stranieri in Italia, vale a dire il 10,8% del totale; sono impiegati prevalentemente nel nord Italia e nelle professioni meno qualificate, ma con il loro lavoro contribuiscono per l’11% al Pil italiano, a fronte di uno stanziamento inferiore al 3% del totale per la spesa sociale ad essi dedicata.

E’ importante notare, inoltre, come i contributi versati dai lavoratori stranieri (circa 9 miliardi di euro) siano fondamentali per pagare le pensioni degli italiani, dal momento che a percepire la pensione è oggi un italiano su 3, mentre serviranno ancora dieci anni affinché il tasso dei pensionati stranieri possa salire al 4%. Pensione sudatissima, se pensiamo che per ottenere lo stesso reddito annuo di un italiano, un dipendente straniero dovrebbe lavorare quasi 15 mesi, ovvero 80 giorni in più.

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