Ho ascoltato DIE e non sono morta, anzi

Condannata dalla tara delle lingue, la prima domanda che mi sono fatta su Die era riguardo la pronuncia: all’inglese (muori), alla tedesca (articolo femminile singolare), o in latino (giorno)? Poi ho premuto play sul pulsantino azzurro di iTunes e non mi sono più chiesta niente – anche se alla fine di tutto ho scoperto che la pronuncia è in sardo, e significa giorno.

Il 30 marzo 2015, dopo tre lunghi anni di silenzio, esce ufficialmente il novo album di Iosonouncane, all’anagrafe Jacopo Incani. Per chi lo conosceva ai tempi de La macarena su Roma beh, premete rewind e riavvolgete perché qui siamo su tutto un altro livello.

dieSe nel primo album, datato 2010 – al quale è seguito un singolo nel 2012, Le sirene di Luglio – sembrava trasparire un certo spirito di misantropia e denuncia sociale attraverso le dissonanze acide ed eccessivamente elettrificate, DIE è il frutto di un lungo ritiro nella terra natia dell’autore, la Sardegna, e in quanto tale riassumibile con un’unica parola: mare. Il protagonista indiscusso sembra proprio essere lui, papà mare, che accoglie la storia dipinta lungo le note dei sei brani i cui titoli compaiono incisi a lettere capitali sul retro del cd: TANCA, STORMI, BUIO, CARNE, PAESAGGIO, MANDRIA.

Ma parliamo di musica. Ciò che fa di DIE un lavoro davvero ben riuscito è sicuramente la grande cura nei dettagli sonori, campionamenti che spaziano dai cori aborigeni di Tanca, che poi subisce una profonda evoluzione tra sintetizzatori impazziti e parole urlate distorte, alla maestria nel trasformare un semplice coretto femminile – a detta di Jacopo la voce di sua cugina – in un ritornello molto catchy per Stormi, o ancora all’utilizzo di un flicorno in Buio, quasi a dare al tutto una dimensione orchestrale percorsa da un’indelebile filigrana elettronica. Imperante è il ritmo un po’ naïf da canzone leggera italiana che si ritrova in Stormi – il brano più acustico del disco – e anche in Paesaggio e Mandria, sporcato da un synth psichedelico scandito dalla drum machine in pieno stile soul/R’n’B.
Ma in tutto il disco sono disseminate testimonianze musicali di circa una quindicina di persone, tutti amici e conoscenti dell’autore che ha mixato con maestria improvvisazioni e dilettantismi vari.

fotoQuello che Jacopo sa fare meglio, però – e quello su cui lui stesso ha detto di aver lavorato di più – è l’aspetto lirico. Ogni brano, anche se non particolarmente prolisso nella parte del testo, è come un concentrato di sentimenti agrodolci modellati dallo scalfire immortale del vento, a volte un po’ duri certo, riuscendo però a non cadere in luoghi comuni nemmeno in canzoni “d’amore” come Stormi, in cui si intravede addirittura una velata sensualità.

Spesso criptico, alla domanda di che cosa esattamente parli DIE, Iosonouncane risponde quasi provocatoriamente «C’è un uomo in mezzo al mare e teme di morire da un momento all’altro. Nello stesso istante, sulla terra ferma, c’è una donna, presumibilmente la sua donna, che teme di non rivederlo mai più. Questa è l’architettura generale del racconto. Mi è difficile dirti di più, è come se dovessi fornire un libretto di istruzioni imponendo un’unica interpretazione possibile».

E qui applaudiamo tutti, dopo trentotto minuti di trance mistica sperduti su una qualche isola in un mare lontano, torniamo alla realtà con il calore nuovo di parole antiche nel petto e le orecchie ancora ronzanti del suono ancestrale di DIE.

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