“Finché vivi, ci si può rivedere”. Mio padre, un Boat People.

“Tornassero a casa loro”, “Vengono a rubare il lavoro agli italiani”, “Sono delinquenti”, “Vengono qui e fanno come gli pare”, “Bombardiamoli”, “Non sono razzista, lo stato è razzista con gli italiani”, “Aiutiamoli nel paese loro”, “Perché non rimangono a casa loro?”

Sài Gòn, 2014. Nove di sera, fa caldo e come sempre è umido. Accende una sigaretta, accavalla la gamba destra sulla sinistra, si ravviva un ciuffo di capelli. Beve un sorso di caffè con ghiaccio e latte condensato, ricetta tipica della capitale. Toglie gli occhiali, si massaggia le tempie e riordina le idee. Il suo italiano non è più quello di dieci anni fa e litiga spesso con i verbi. Mi fissa. Mio padre ha gli occhi distanti: guarda oltre un orizzonte che non si può percepire.

“Tuo nonno era un funzionario dello stato e sapeva divinamente il francese. Tua nonna invece era sarta. Aprirono una sartoria, poi una gelateria, un negozio di alimentari, un salone di parrucchieri e un bar. Eravamo benestanti e la nonna ci fece studiare tutti. Quando il  Việt Nam del Nord invase il Việt Nam del Sud i tempi cambiarono. Voleva per noi un futuro migliore”.

La nonna era una donna che trovava soluzioni e quando si vide costretta a scegliere quelle estreme, lo fece. Cucì anelli d’oro nelle cuciture dei jeans di quattro dei suoi sei figli e li mandò per mare, su un peschereccio, insieme ad altri 400 figli del Việt Nam. Quattro lingotti d’oro a testa: un po’ all’organizzazione e un po’ a chi avrebbe dovuto tutelare la legalità.

Salvataggio Boat People, incrociatore Vittorio Veneto, 1979 (Foto inedita)

Salvataggio Boat People, incrociatore Vittorio Veneto, 1979 (Foto inedita)

Giugno 1979. Rach Gia, Sud Delta del Mekong. Primo mattino. Mio padre e due dei suoi fratelli scappano dalla leva obbligatoria che li costringerebbe a combattere Pol Pot in Cambogia.  Si aggiungerà poi mia zia, all’ultimo momento, prendendo il posto di qualche rinunciatario. Erano diretti verso i campi profughi dell’ONU in Malaysia ma il viaggio si fece più lungo del previsto.

“Dopo un giorno di navigazione, superate le acque internazionali, la barca ha cominciato ad avere problemi al motore e ad imbarcare acqua. Abbiamo perso l’orientamento perché usavamo una bussola manuale. Il secondo giorno ci hanno assalito i ‘pirati’: pescatori thailandesi, più poveri di noi, che derubavano i fuggiaschi vietnamiti. E’ successa una cosa triste: una ragazza passando da una barca all’altra si è spezzata una gamba. Abbiamo provato a fermare l’emorragia ma non avevamo molto. Quindi, una ragazza è morta durante il viaggio.”

Mia zia è una testimone più loquace. Due ore di conversazione telefonica così densa di particolari da diventare una vera e propria intervista. Mio padre non ha mai parlato di questa ragazza.

“Nella sfortuna però abbiamo avuto fortuna. I nostri erano pirati ‘buoni’: hanno impedito ad un’altra barca di thailandesi di derubarci e ci hanno traghettato fino alle coste di un’ isola malesiana tagliando la corda subito dopo. Abbiamo provato a farci ospitare nel campo profughi del posto ma non ci volevano perché dicevano che era troppo affollato. Siamo rimasti due settimane sulle coste di quest’isola semi deserta dormendo nelle capanne, lavandoci nell’acqua di mare e mangiando quel poco che ci portavano.

“Un giorno ci hanno convocati. Ci hanno costretti ad andare via dall’isola, minacciandoci. Dicevano che una nave americana ci stava aspettando fuori dalle acque malesiane e che dovevamo partire subito. Ci hanno fatto pagare, con il poco che avevamo, e ci hanno divisi in cinque barche che una volta in mare si sono disperse. Non c’era nessuna nave americana.”

Boat People, Mar Cinese, 1979

Boat People, Mar Cinese, 1979

Abbiamo passato undici giorni nell’oceano: io, tuo papà, un suo amico, due dei tuoi zii e un cugino. Noi e altre 123 persone. L’amico di tuo padre cadde in acqua, una delle altre barche lo tirò su ma lo perdemmo di vista. Dopo sei o sette mesi abbiamo saputo che quella barca era stata salvata da una nave norvegese e che lui era ancora vivo da quanche parte in Norvegia. Avevamo due cucchiai di acqua al giorno e due di riso secco, praticamente crudo, perché non potevamo cuocerlo. Raccoglievamo l’acqua piovana con i teli di nylon e la mettevamo nelle taniche della benzina. Il quinto o sesto giorno un mercantile si accostò, ci lanciò dei viveri e ci lasciò lì perchè dicevano che non erano autorizzati a farci salire a bordo. Ogni tanto vedevamo delle navi, da lontano, ma non si fermavano mai.”

“Pregavo tutti i giorni, tutto il giorno, di vedere la terra. Di notte c’era solo buio e stelle. L’undicesimo giorno c’era anche la tempesta e ho avuto paura di morire. Ogni tanto pensavo che io avevo fatto il possibile per vivere, se era destino che io morissi l’avrei fatto con serenità. Ho detto addio due volte: alla mia casa e ai miei genitori. Non sapevo se sarei tornata prima o poi ma l’importante era restare vivi. Finché vivi ci si può rivedere.”

“E poi, zia?”
“POI E’ SUCCESSA UNA COSA BELLISSIMA. Ho sognato che un elicottero ci avvistava e che ci salvavano. “

Cronaca italiana. Salvataggio delle prime imbarcazioni. 27 Luglio 1979

Cronaca italiana. Salvataggio delle prime imbarcazioni. 27 Luglio 1979

Il 27 Luglio del 1979, preceduti da un elicottero di avvistamento, gli incrociatori Andrea Doria e Vittorio Veneto salvano dalle acque del Mar Cinese 891 vietnamiti. Fra i fuggiaschi del mare, per la prima volta chiamati Boat People, c’è anche mio padre.

Il 20 Agosto, dopo un mese di navigazione, sbarcano a Venezia e grazie all’ausilio della Caritas, della Croce Rossa e del Governo i ragazzi vengono smistati in diverse parrocchie sul territorio italiano. Mia zia è sempre stata una donna di polso, anche a 21 anni dopo un viaggio che la speranza gliel’ha fatta trasudare. “Siamo capitati a Perugia perché ho deciso io” Ride. “Era vicino a Roma e c’era l’università. Volevamo tutti continuare a studiare.”

Hanno rivisto i loro genitori undici anni dopo, grazie al ricongiungimento familiare. E’ stata la prima e l’ultima volta in cui ho visto e conosciuto i miei nonni paterni, venuti in Italia perché i loro figli, rifugiati politici, non potevano più mettere piede in Việt Nam.

Mio padre, dopo venticinque anni,  è tornato a casa sua senza farsi pregare di togliere il disturbo. Ha studiato, ha lavorato, ha pagato le tasse italiane, ha incontrato quella testa di ricci rossi di mia madre e poi, undici anni fa, così com’ è venuto se n’è andato: scivolando silenziosamente. Da allora l’ho rivisto quattro volte, due di queste a Sài Gòn, in mezzo ad una moltitudine di teste simili alle mie. Guardo le foto di repertorio e cerco i suoi occhi giovani in mezzo ad altri occhi giovani; quegli occhi con lo sguardo inconfondibile di chi cerca sempre qualche cosa oltre l’orizzonte.

Mario Biani per Il Manifesto

Mario Biani per Il Manifesto

Gli occhi di Abou, il bimbo di 8 anni nel trolley, non li possiamo vedere; perchè l’occidente non campa se non di contraddizioni ridicole: possiamo guardare le foto di un bambino ranicchiato in una valigia che cerca il suo papà ma non i suoi occhi spaventati di piccolo clandestino. Bombardiamoli, affondiamoli i barconi, uccidiamo tutti i pescatori/trafficanti di esseri umani con i droni, chiudiamo occhi, orecchie, cuore e lasciamoli in fondo al mare in 900, dichiariamo guerra a tutte le coste del Mediterraneo, facciamo finta che non abbiano due braccia, due gambe e degli occhi che cercano qualcosa oltre l’orizzonte. Così, per risolvere il problema senza chiederci perché. Ho una notizia per Renzi, Salvini, Marina Militare, Triton, commissione dell’UE e chi per loro:

Nessuno fermerà il bambino nella valigia. Troveremo tunnel scavati con i cucchiai, scheletri nei deserti, esuli volontari, campioni improvvisati di triathlon, ali spezzate: moriranno scavando, camminando incessantemente, imparando milioni di lingue in terre straniere, nuotando da costa a costa, moriranno anche nel tentativo di imparare a volare se necessario. Accetteranno di abbandonare i genitori, i figli e la terra con la promessa di tornare, un giorno, con le tasche piene di vita nuova. Perché nessuna guerra, barriera architettonica o regime può impedire ad un uomo, se non di possedere la libertà, almeno di cercarla. 

Finché vivi, ci si può rivedere”

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