Università di Modena: dopo i macachi, ci toglieranno anche il futuro

C’erano una volta 16 macachi nello stabulario dell’ Università di Modena. C’erano perché ad oggi ne è rimasto solo uno. Per chi non conosce la storia, tutto ha avuto inizio nella primavera del 2014, quando l’ On. Bernini, assieme a quello che si sarebbe rivelato un attivista di Animal Amnesty, avvisarono di voler visitare lo stabilimento universitario dove si svolgono le ricerche sperimentali.

Durante quella che apparentemente doveva essere solo una visita, vennero registrate di nascosto diverse interviste fatte ai ricercatori. Il danno non è stato tanto alla morale delle persone che ogni giorno ci lavorano, quanto quello che ha procurato la divulgazione del video su YouTube. Le interviste vennero infatti rimontate a tavolino dall’ associazione, con l’effetto che può avere una qualsiasi notizia, una volta che viene decontestualizzata.

Il manifesto davanti all' Università di Modena, nel novembre scorso

Il manifesto davanti all’ Università di Modena, nel novembre scorso

Come potete immaginare, parole come “addestramento”, “intervento chirurgico”, “elettrodi” o “senza anestesia”, assieme alle immagini degli animali nelle gabbie, scatenarono una massa di persone disinformate che si riunì a Modena il 28 giugno dell’anno scorso, formando un corteo nazionale, sostenuto dall’hashtag #salviamoimacachi.

In un successivo servizio girato da ProTest Italia, allo scopo di mettere luce sull’accaduto, vennero chiariti i passaggi non chiari della video-intervista, come ad esempio la parte chirurgica preceduta sempre da anestesia totale per introdurre gli elettrodi nella breccia dei macachi, gli esperimenti avvenuti con l’ animale ovviamente cosciente, perché nel cervello non vi sono nocicettori, oltre al fatto che non avrebbe avuto senso anestetizzarlo nella fase sperimentale, proprio perché l’animale aveva il compito di premere dei bottoni. In ogni caso era comunque prevista analgesia anche nell’ esperimento stesso.

In seguito al Decreto Legge 26 del 2014, nel quale si vieta l’allevamento dei primati, lo stabulario di Modena è stato costretto a separare le femmine dai maschi dominanti. Ma non é finita qui: il novembre scorso gli attivisti sono tornati alla ribalta con una raccolta firme e altre manifestazioni, che hanno poi portato i ricercatori a liberare quindici macachi, con la conseguente sospensione dei lavori per almeno due anni.

Come se non bastasse l’11 maggio scorso in Parlamento europeo sono state presentate 1.200.000 firme ad opera dell’iniziativa europea Stop Vivisection, al fine di “abrogare la direttiva 2010/63/UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici e a presentare una nuova proposta che abolisca l’uso della sperimentazione su animali”.

stop-vivisection-300x227Largamente sostenuta da alcuni membri italiani, la discussione é nata anche in Senato dove i Senatori Taverna (M5S), De Petris (SEL), Bonfrisco (FI-PdL) si sono dimostrati particolarmente ostili alla sperimentazione animale, ritenendola “un’odiosa pratica”, che, ricordiamo ancora una volta, é tutt’altra cosa rispetto alla vivisezione, tanto che gli scienziati sostengono che questa parola sovrusata dovrebbe essere eliminata dal vocabolario.

Nel caldeggiare la sostituzione degli animali con i pc, perché tanto “l’ictus non é ancora stato curato” e “ogni anno solo in Italia ci sono mille casi di cancro”, la Senatrice a vita Elena Cattaneo, conosciuta a livello internazionale per i suoi importanti studi sulle cellule staminali, si é sentita in dovere di ribattere contro chi le ha dato della “vivisettrice per hobby”.

Sui Social le parole della grillina Taverna hanno suscitato le indignazioni di tanti, soprattutto giovani, che concordano nel sostenere che la ricerca ad oggi non può essere equiparata alle tecniche alternative, che al massimo assumerebbero il ruolo di complementari alla sperimentazione animale.

lavoceaiiEd é specialmente ai giovani che la Cattaneo si è rivolta, invitandoli a non demordere e a fare qualcosa. Così l’AIRI ha lanciato l’hashtag #lavoceAIRIcercatori, a cui molti hanno aderito facendosi fotografare col camice e addirittura lo scotch sulla bocca, in segno di protesta. Alcuni studenti di corsi afferenti al Dipartimento di Scienze della Vita di Modena si sono sentiti chiamati in causa, visti i recenti fatti, ed hanno così deciso di organizzare un Flash Mob, per riuscire ad avere più visibilità.

La cosa é nata dagli studenti, per gli studenti. Uno degli ideatori del Flash Mob è Gian Marco Elisi frequentante del corso di CTF, che ha motivato l’incontro di ieri mattina, svoltosi proprio nel cortile dell’ Università modenese, con queste parole “Si spera che un’iniziativa come questa aiuti a catalizzare i confronti tra ricercatori e opinione pubblica, mondo dei mass media e comunità dei non addetti ai lavori”.

"Don't criticize what you can't understand" Bob Dylan

“Don’t criticize what you can’t understand”
Bob Dylan

Parlando a nome di tutti, ha poi ribadito “Alcuni ultimamente protestano contro la sperimentazione animale, definendola ormai sorpassata, antiscientifica e senza valore, dannosa per la salute umana. In futuro, magari vicino, magari lontano, la sperimentazione animale sarà superata, ma il nostro dovere è comunque quello di mantenere la mente lucida di fronte ai sensazionalismi, continuando a difendere il metodo scientifico, non solo come procedura metodologica, ma anche come forma mentis. Questa considerazione risulta importante se si considera che agli scienziati spetta l’onere della divulgazione e della difesa del metodo scientifico di fronte a questa e alle future derive reazionali. Credo che questo sia il principale compito di noi studenti, ma anche come ricercatori di domani e cittadini, soprattutto”.

Alla manifestazione, hanno partecipato in tanti, tra cui anche Dario Parazzoli, rappresentante di ProTest Italia, che si é definito “portavoce di unaprotest delle associazioni in prima linea in Italia contro la demagogia animalista, che vuole chiudere la sperimentazione animale”. “Oggi –ha dichiarato- gli animalisti strillano e, come si sa, le istituzioni e l’opinione pubblica non sempre ascoltano chi ragiona, ma solo chi fa più rumore”. L’ invinto che ha rivolto a chi era presente è stato quello di uscire dal recinto dell’ Università, in modo da farsi sentire anche dal comune di Modena. “Formate un’ associazione, fatevi sentire, diamoci un nome, così che si formi una rete capillare sempre più unita e forte”.

Concludendo con le parole di una ricercatrice dell’ Università di Oxford, Kay Davies, si capisce quanto, ad oggi, ci sia ancora da fare per sfatare un mito o, meglio, per abbattere il pensiero dominante nell’opinione pubblica: “Abolire la sperimentazione non sarebbe una buona cosa per la scienza, né per i progressi medici o per il benessere degli animali”.

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5 commenti
  1. Questo è quello che succede a mischiare politica e conflitto di interessi, da ammazzarli tutti sti merda, parlo dei politici che non capiscono una sega di ricerca e di scienza in generale.

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  2. cieffegi ha detto:

    Mi pare di ricordare che, in base a quanto dichiarato dall’università stessa dopo la dismissione della colonia e fatto circolare dalla stessa associazione pro-test, la “liberazione” delle scimmie sia dovuta al fatto che il ciclo di esperimenti programmato si era concluso ed era venuto il momento di analizzare i dati e non per le pressioni degli animalari.
    Mantenere la colonia senza utilizzarla per fini scientifici rappresenterebbe un onere economico ingiustificato per l’università.

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    • Dettabene ha detto:

      @cieffegi Questa è una delle ipotesi che è stata fatta passare da alcune associazioni animaliste. La coincidenza ha favorito questa diceria.

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  3. Scusate, nell’articolo è inclusa tra gli animalisti anche la senatrice De Biasi, che invece si è distinta per interventi razionali ed equilibrati riconosciuti dalla stessa senatrice Cattaneo. Vi prego di correggere.

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    • Baku ha detto:

      Salve Alfonso, grazie per la segnalazione. Abbiamo provveduto ad eliminare il nome della De Biasi.

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