Le Armonie di Werckmeister, il film – la recensione

Le Armonie di Werckmeister (Werckmeister Harmóniák) è un film del 2000 del regista ungherese per eccellenza Bela Tarr, girato con cast e troupe interamente nazionali. Nel panorama del cinema moderno Tarr, nel periodo dal 1978 al 2011 in cui ha esercitato la professione del regista, si è costruito un’aura di mistero sospeso nel tempo: i suoi film parlano di terre lontane, storie illogiche con sfumature oniriche e potenti sberle di realismo, vite (e morti) di persone nemmeno paragonabili a ciò che possiamo conoscere ma visceralmente sentite da ogni spettatore che guardi i suoi lungometraggi. C’è una concezione mai totale di una realtà sospesa chissà dove nel mezzo del nulla dei paesi dell’est Europa, un tempo indefinito e dilatato oltre ogni conteggio possibile e un’esistenza che pende verso la morte sperando di crollarci ma senza mai decidersi a fare il passo necessario. Un equilibrio sghembo e decadente immobile nei secoli.

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Per rappresentare uno stile cinematografico così elaborato e interiore un film solo non basta. Ma per quanto sia difficile prendere coscienza di questo modo così insolito di raccontare per immagini, Le Armonie esprime in modo diretto e relativamente semplice il concetto sopracitato: se si vuole, è il film più rappresentativo di tutta la filmografia di Bela Tarr.

movie1Assieme al già citato maestro c’è anche il suo eterno compagno, il compositore ungherese Mihàly Vig. La musica totalmente aliena, sottile e malinconica è diventata sin dall’inizio uno dei tratti caratteristici del cinema di Tarr, e in particolare in questo film: un giro di piano storico, accompagnato solo dall’immane silenzio, sigilla l’intro più bello della storia del cinema, proprio all’inizio del film. La triade si conclude con la sceneggiatura di un’altro maestro sconosciuto: Laszlò Krasznahorkai prima ne ha scritto il libro e poi curato l’adattamento per il cinema, come nel caso di quasi tutti gli altri film girati in collaborazione con Tarr.

Nella trama un postino di nome Valuska si aggira per una cittadina indefinita e nebbiosa: c’è un’eclissi alle porte, nella piazza le folle sono in subbuglio ed è arrivato un misterioso circo le cui uniche due attrazioni sono una balena gigantesca e un principe deforme nascosto dagli occhi del pubblico. Lui, Janos Valuska, cammina solitario e non è ben accetto nel gruppo: non si limita a spaventarsi, guarda ciò che lo circonda con gli occhi sgranati dall’ingenuità e dalla curiosità, e in seguito, anche del terrore.

movie2Lentamente, come in un sogno poco deciso, le direzioni si dipanano: ecco che le folle vengono fomentate, ecco che la violenza si scatena mascherata da un impeto di ribellione e glorificazioni verso un personaggio, questo Principe che mai si mostra, meno fortunato ma molto più subdolo e diabolico. Non sforzatevi di trovare la metafora universale nascosta nei piani sequenza lunghissimi o nell’assenza di colori, seppure è ciò per cui vi ho sempre spronati.

Stavolta non si parla di esistenzialismo, bensì di un popolo, della sua mentalità e della sua fisicità, dell’Ungheria verace nei sui risvolti più crudi, nel comunismo insediato nel profondo del loro intelletto. Ed ecco che allora si pecepisce il critico e duro j’accuse del racconto contro la razza umana stessa; noi animali evoluti, così incivili, volubili, ignoranti, presuntuosi, impotenti davanti al degrado creato dalla nostra pigrizia, dai nostri mali pensieri, mentre scivoliamo imperterriti verso una fine che temiamo come niente al mondo, senza nemmeno sforzarci di tentare di rimetterci in piedi, di alzarci dal fango.

Le Armonie costituisce simbolicamente l’entrata nel mondo freddo di Bela Tarr. La consacrazione arriva, immane e immensa, in 7 ore e 30, col vero simbolo del suo cinema: Sátántangó.

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