Giornata internazionale contro l’omofobia: chi ce lo fa fare?

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Quando si parla di questo tipo di eventi si inseriscono nel testo, camuffandoli, i dati storici e “logistici”. Invece, qui, diciamoceli tutti e subito, per sgomberare la mente dal pensiero di doverlo fare. La giornata internazionale (quindi non mondiale) contro l’omofobia, in Europa, è il 17 maggio. La prima ad essere celebrata è stata nel 2005, 20 anni dopo la rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel 2007 viene ufficialmente istituita dall’UE in risposta indiretta (come solo la UE sa fare) alle dichiarazioni “anti-omosessuali” di alcuni politici polacchi.

Nel 2009 viene modificato il nome (e le intenzioni), diventando la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia.
Mentre oggi si celebra la “IDAHOBIT” che potrebbe sembrare un personaggio di J.R.R. Tolkien, eppure significa “International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia”, facendovi rientrare anche il concetto di bisessualità (questa sconosciuta).

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Ora che abbiamo fatto il punto, a me personalmente sorge una domanda: ma chi ce lo fa fare?
Sono anni che, in ambiente LGBTQI (e lo so, il politically correct ci impone fortunatamente l’aggiunta di Queer e Intersexual) si parla di come si voglia arrivare ad una società dove una legge contro l’omofobia non serva, poiché la società stessa “isolerebbe” gli omofobi. Eppure ancora siamo qui a organizzare eventi, campagne, incontri e picchetti per questa giornata contro l’omofobia. Perché mai?

La creazione stessa della ricorrenza sembra essere quella “cosa” che le istituzioni creano per dare il “contentino” agli omosessuali, per far credere loro che è di interesse comune la lotta ai diritti civili. E’ un contenitore vuoto che si pavoneggia della propria multiculturalità. Ed è forse proprio per questo che dobbiamo appropriarci di questa ricorrenza, per riempire quel contenitore fino a deformarne la struttura. Con i nostri contenuti, la nostra esperienza e la nostra multiforme identità.

Ed è qui che la seconda domanda, insidiosa e velatamente cinica, si palesa: perché farlo in una specifica giornata e non tutti i santi giorni della nostra esistenza? Istituire una giornata ha molte valenze: la prima che mi balza alla mente è l’importanza di costruire buone pratiche, senza mai perdere di vista la motivazione profonda. Siamo tutti d’accordo che il Natale cristiano si è trasformato nella miglior festa consumistica di questo mondo, vero? Dovremmo evitare che la giornata internazionale contro l’omofobia (bifobia e transfobia sono intrinseche nel mio usare questa parola, ve lo giuro) si trasformi in un party autocelebrativo, pur riconoscendo ai party l’incredibile forza di celebrare la consapevolezza di essere vivi. Ma, forse, ho perso di vista la domanda.

Farlo in una giornata specifica serve a creare un punto fisso, di rilancio, di verifica, di confronto e rinnovamento. L’omofobia si combatte sì a livello “nazionale”, ma anche e soprattutto a livello locale, azzarderei quasi a livello interpersonale. Un punto fisso per ricordare ad ogni trans, gay, lesbica, bisex, queer, intersex, freak, checca, camionara, travestita, velata, eterocurioso e “provo ‘na volta sola, giuro” che non sono isolati, che il loro lavoro quotidiano (grande o piccolo che sia) per creare una società non discriminante, inclusiva ed equa serve veramente a qualcosa.

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Per questo celebriamo la giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia con una campagna di sensibilizzazione. Per poter dire “a noi interessa”, per poter dire “noi ci siamo” e, infine, per potervi dire che siete voi a fare la differenza. Tutto il resto viene di conseguenza.

Photo credits: thisisbossi, Purple Sherbet Photography, Nora Bolz

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