And So I Watch You From Afar, Heirs – la recensione

E’ uscito  il 4 maggio il disco decisamente più atteso dal pubblico post-rock: il nuovo album degli And So I Watch You From Afar, Heirs.

L’album è stato a lungo desiderato, con un hype veramente assurdo per un disco del genere. Il motivo è semplicissimo e non me ne meraviglio: All Hail Bright Future, il suo predecessore, ci consegnava una band in grandissima salute, con delle grandissime idee in testa e dei semi talmente succosi che per forza di cose hanno aumentato il desiderio di ascoltarne i frutti.

La band (che vedremo il 15 Maggio a Milano –  direttamente al Leoncavallo –  il giorno dopo al Traffic di Roma) ha lanciato alcuni spezzoni di brani ed uno streaming intero del disco facendo lavorare in maniera incredibile i defribrillatori dei vari ospedali in giro per il mondo.a3272646843_10

Ma com’è Heirs?
Il disco si presenta alla grande con Run Home, il brano di apertura, e non ci discostiamo per nulla dalle peculiarità del precedente disco: intrecci vocali, chitarre e ritmiche possenti e decise, utilizzo di vari pitch e octavers (Whammy ad esempio). I richiami al predecessore sono tanti ed anche le atmosfere si assomigliano: intense, solari, vitali, esplosive, con accelerazioni e distensioni molto emozionanti.

A differenza di All Hail Bright Future, i riferimenti esotici e i tentativi di contaminazioni ritmiche e melodiche sono meno presenti, piuttosto ad emergere è il lato più tecnico della band. Gli incroci con progressioni velocissime, di arpeggi e frasi musicali, si susseguono in tante tracce del disco, dimostrando che il post rock (o math rock, o come preferite) può essere anche mastodontico, veloce e duro! E ricco di scale velocissime!

La batteria è ancora più grossa rispetto al predecessore ed il basso si incorpora meglio a questa sessione ritmica muscolosa, precisa, diretta, senza fronzoli: ma quando arrivano i momenti distesi e più tipicamente post rock sa farsi da parte per poi ritornare prepotente e ritmica anche quando il brano si apre con feedback e riverberi che creano tantissimo spazio.

Proprio la sensazione di spazio, suggerita anche dall’artwork mai così azzeccato, ti prende e rimane appiccicata alla pelle per tutto il disco. Di più: nei momenti più canonicamente post rock questa sensazione è accentuata dalle linee vocali, sempre corali; nei momenti più lenti e calmi, tanto quanto quelli più vivaci, questi cori risultano sempre sotto la traccia strumentale e questo da un effetto di orizzonte: più ci sembra di avvicinarci a sentirle distintamente più la sensazione di non raggiungerle mai aumenta e ci sembra proprio di voler raggiungere l’orizzonte.

Per definizione l’orizzonte non si raggiunge mai, si sposta sempre, infinito nel suo manifestarsi ai nostri occhi ed orecchie in questo caso. Wasps, quando arriva, dà il cambio netto al disco: due chitarre ronzanti quasi come vespe e questo coro in lontananza che ci avvicina ad un ambiente che è assolutamente naturale. Le sovraincisioni che seguono le linee vocali rimangono in sottofondo e la parte muscolare degli strumenti rimane in primo piano.

Tutto il disco sembra che voglia essere una musica della natura, un mondo che emozionalmente si rivela a noi, che ad occhi chiusi ascoltiamo.

Redesigned a Million Times è il pezzo che meglio riassume il disco. Gli ASIWYFA sono sempre stati un gruppo che ti fa muovere il piedino, anche se sei un bastone di scopa il pompare della sezione ritmica e le melodie intrecciate dalle chitarre ti costringono a muoverti, si impossessano del tuo corpo piano piano, prima il piede, poi la testa in headbanging, gli occhi chiusi con lo splendido stop and go che libera il pezzo; anche le tue movenze che si intrecciano all’unisono a questo suono della natura, questa narrazione del mondo, verde, verde acqua, azzurrino che si rivela a noi, astronauti esploratori di questo mondo che ci appare nuovo, un pianeta completamente sconosciuto, ma ce ci parla decisamente: urla forte le sue emozioni. Non si può fare altro che sentirsi unici ed insieme tutt’uno con questa natura.

People Not Sleeping reintroduce i canoni dei primi lavori della band, anche se più misurati, del math rock di matrice Battles.Ritmi serrati, calcolati, intrecci (ritmici soprattutto) assolutamente calcolati, con l’effettistica a dare colore ed i cori sempre in sottofondo, lontani.

page-photo-308188Poche parole, calcolate, nei testi, che non hanno ancora preso il posto della preponderanza strumentale. L’evoluzione della band si nota molto anche nella durata dei pezzi, decisamente ridotta se non per la title track, Heirs, A Beacon, a compass, an anchor e la traccia di chiusura, Tryer, You, che superano abbondantemente i 3 minuti e mezzo di media dei restanti brani del disco.

Alla fine del disco la sensazione di essere di fronte ad una specie di concept album emozionale rimane, ad un secondo ascolto si fa più decisa. Siamo completamente lontani da un punto di arrivo stabile del gruppo che è in netta trasformazione, ricerca ed evoluzione, spostano l’orizzonte in avanti i ragazzi e lo fanno senza deludere. Nel complesso sembra una storia utopica di ricerca di una comunità emotiva, una ricerca di emozioni condivise da tradurre in musica: probabilmente sono degli illusi, ma, dopo decenni di disillusi cronici, almeno gli ASIWYFA ci illudono senza deluderci.

Non posso che rinnovare le speranze: 8 a questo ottimo lavoro, ancora siamo in un cantiere e la costruzione sta venendo bene, tra alberi della vita parlanti ed animaletti vivaci, nidi di vespe e mari infiniti che ci ammaliano con il loro orizzonte irraggiungibile. Forse, come avvenne per il rock, i ragazzi stanno prendendo tutto quello che possono dalle varie correnti della musica strumentale e magari ci regaleranno il The Dark Side Of The Moon del post rock. Per adesso, in bocca al lupo e buon lavoro!

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