La (finta) battaglia dell’Italicum e quello strano asse giallo-verde

Quattrocento settantuno giorni e un minuto. Tanto è servito all’esecutivo guidato da Matteo Renzi per convertire in legge quello che, all’imbrunire del 18 Gennaio 2014, faceva capolino nelle cronache politiche con il pretenzioso, ma tuttavia piuttosto neutro, appellativo di Italicum. Qualche notista, tra i più spericolati, si era già affannato a definirlo “ispano-tedesco”, in linea con quella moda tutta italiana di connotare geograficamente le cose a noi ignote, in modo tale da dare loro una verniciata di concretezza e sentirle concettualmente più vicine.

184504396-e0c8be0f-9348-4572-ac9c-832af0a53066Ma Renzi no. Renzi sa come vendere un prodotto politico e non tarda un istante ad apporre il trademark alla sua creatura: l’Italicum sarà la legge elettorale di tutti gli italiani, mai più larghe intese o vuoti di potere, chi si recherà alle urne lo farà con la consapevolezza di poter contare immediatamente su una solida legislatura. Una promessa così forte da legare ad essa la sopravvivenza stessa del sessantatreesimo esecutivo della Repubblica, quello di cui Matteo Renzi sarebbe diventato primo ministro di lì a poco.

Quattrocento settantuno giorni e un minuto dopo eccoci qui, per l’appunto. Quello della legge elettorale non è stato un parto indolore, eppure l’Italicum è, in termini meramente e insopportabilmente numerici, la legge elettorale più suffragata su cui il parlamento repubblicano abbia mai posto il sigillo (334 i sì, contro i 323 del Porcellum, i 287 della legge Mattarella e i 332 della famigerata “legge truffa” del 1953). Ironia della sorte.

C_4_foto_1329333_imageDella forzatura di Renzi e dell’irrituale decisione di porre la questione di fiducia sulla riforma elettorale si è già scritto e dibattuto abbastanza, quello che fin qui è passato sotto silenzio è invece l’ambiguo atteggiamento tenuto dalle opposizioni durante tutto l’iter parlamentare.

Diciamoci la verità, l’Italicum non è stato un capolavoro di diplomazia e cerchiobottismo, nonostante le lodevoli intenzioni della vigilia. L’Italicum poteva e doveva essere la battaglia campale per tutte quelle opposizioni antisistema che in questi mesi si sono candidate, più o meno verosimilmente, come alternativa di governo per il Paese. La riduzione dello spazio concesso al principio di rappresentanza in nome della governabilità, l’assenza di un quorum per l’assegnazione della vittoria al secondo turno, il finto buonismo della quasi-parità di genere, la concessione delle preferenze nel Bel Paese del clientelismo, dove persino il capitalismo, per dirla con le parole che Renzi ha utilizzato lunedì, è capitalismo di relazione.

Tutto questo sarebbe stato compreso dall’elettorato, l’opposizione nel merito della riforma avrebbe dato dignità ad una protesta che in caso contrario sarebbe stata null’altro che sterile piagnisteo. E invece no. Invece l’onere dell’opposizione è gravato sulle sole, fragili, spalle della minoranza PD, di SeL e di quel che resta della sinistra extraparlamentare. Persino Corrado Passera è sceso in piazza contro l’Italicum, munito di bavaglio ma non dell’appoggio popolare utile per contare davvero qualcosa. Gli altri dov’erano?

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Gli altri, già. Potremmo quasi arrivare a definire Forza Italia assente giustificata, visto che ha smesso di capirci qualcosa in perfetta contemporaneità con la condanna di Berlusconi e da quel momento non si è più ripresa. Ha subìto il Patto del Nazareno e ha cercato infine di salvare la faccia con sprezzante noncuranza di qualsivoglia forma di coerenza, uscendo dall’aula per non votare una riforma che aveva contribuito a scrivere e che nella schizofrenica narrazione forzista è finita con il diventare anticamera di un’estemporanea deriva fascista. Erano partiti con la richiesta di una riforma elettorale che salvaguardasse il bipolarismo, tutto ciò che sono riusciti ad ottenere è di apparire bipolari.

094542730-42565f10-8ab8-4b1c-a357-40d483cc90c1Ma il vero dato politico degno di nota è quello relativo alle altre due opposizioni, Lega Nord e Movimento 5 Stelle, che da un po’ di tempo a questa parte hanno smesso di pestarsi i piedi. E se è vero che l’opposizione dura e pura al governo in carica è una caratteristica fondante del loro essere forze antisistema, non sarà sfuggito a nessuno che tra i due partiti è da tempo in corso una sorta di patto di non belligeranza, oltre che una sostanziale coincidenza di vedute, su tutta una gamma di temi che spaziano dall’immigrazione alle politiche comunitarie.

Così, con le armi al piede, le due formazioni parlamentari hanno praticamente abdicato alla possibilità di osteggiare concretamente l’Italicum, salvaguardando però le apparenze; il Movimento 5 Stelle, che nei primi mesi della legislatura aveva posto l’attenzione sull’illegittimità di un esecutivo guidato da un premier non eletto, ha passato tutta la seconda metà dell’anno sulle barricate per il pericolo opposto, quello rappresentato dall’avvento di un presidenzialismo di fatto. Velleitari, nel migliore dei casi.

La Lega, da par suo, ha invece direttamente snobbato le discussioni attorno alla legge elettorale in quanto non necessaria al Paese. Una comunione di fini quantomeno singolare, soprattutto alla luce del fatto che proprio l’Italicum, grazie all’introduzione del ballottaggio secco, rappresenta per Grillo, come per Salvini, la più concreta speranza di portare a casa la vittoria (realizzando quello che, non a caso, è definito “effetto Parma”, a seguito dell’exploit del candidato pentastellato nella provincia emiliana) e che in caso di secondo turno potranno entrambi pescare da un elettorato piuttosto omogeneo. Che si tratti di deterrenza o di tacito accordo, una cosa è certa: la battaglia per l’Italicum non si è ancora consumata e Renzi farebbe bene a non dormire sonni tranquilli.

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