C’era una volta, no forse possono essere due

Sono tra quelli che ormai guardano al Natale in maniera disillusa. Anzi, mi sono talmente abituata a lavorare che queste feste obbligate mi sanno di perdita di tempo, e rimango lì stressata a tremare perchè non sono capace di non fare. Cerco comunque di passare le giornate in maniera tranquilla, con il mio compagno e il cane. È in questi giorni che riusciamo a passare del tempo insieme per almeno due ore consecutive, con calma, senza per questo dover saltare i pasti o correre di qua e di là perchè sono in perenne ritardo.

Si ritorna un pò a un’antica aria domestica, che ho perso ormai, da quando vivo da sola: profumo di cibo la mattina, appena svegli il gusto del latte che puoi bere in santa pace, magari ascoltando anche della buona musica. Non ti rendi conto di queste cose finchè non le perdi e ti ritrovi la domenica mattina con una pila infinita di piatti da lavare, un odore di marcio e putrido che viene dal sacco dell’immondizia che ti chiede solo di morire, e devi anche stare attento a non sederti sulle mutande sporche che qualche coinquilino ha gentilmente disseminato per casa.

TRADITIONAL CHRISTMAS FOODIl pranzo di Natale c’è, ma non è certo quello che preparava tua nonna, che si doveva svegliare alle quattro di mattina, per preparare ogni cosa, minuziosamente, senza dimenticare alcun dettaglio. In casa mia, come nelle case della maggior parte degli italiani, sono entrati i cibi precotti, conservati in scatola, surgelati, e in meno di due ore la magia è avvenuta: qualche additivo a parte, qualche conservante in più, e il banchetto è servito, così dopo abbiamo tempo per fare altro, non si sa esattamente cosa, ma il tempo avanza.

Ho addirittura tempo di vedere un documentario – Sound City di Dave Grohl – su uno studio di registrazione di Los Angeles, e la cosa che mi attira di più è il modo in cui negli anni ’70 si montavano le registrazioni: il fonico tirava fuori il nastro, tagliava, e poi rincollava il nastro. Quando tagliavi non potevi più tornare indietro, ti dovevi prendere la responsabilità e ciò che era fatto, era fatto. Poi il video andava avanti mostrandoti come la cosa avviene oggi: con un programma come Pro Tools il lavoro è qualitativamente migliore, più pulito, più veloce, e se sbagli torni indietro.

Senza titoloUna grande conquista, direi, ma ricordandomi mia nonna, che si svegliava alle quattro di mattina per il pranzo di Natale, mi sono ricordata anche della sua frase “Era meglio quando si stava peggio”. Per me è stato strano: penso che demonizzare una generazione e fare paragoni con la propria sia inutile e fuorviante; lo sviluppo ci deve essere e bisogna fare i conti col reale, ma forse ogni tanto non fa male fermarsi in questo turbinio di avvenimenti e cercare il bandolo della matassa. Guardando quell’uomo che tagliava il nastro mi sono resa conto del come sia mutato nel tempo il senso di responsabilità perchè, diversamente da oggi, la maggior parte dei  processi nella vita erano irreversibili. Non si poteva fare tutto all’infinito e quindi, utilizzando una metafora che rispecchia i valori dei “miei” tempi incidere un disco, fare un film oppure preparare il pranzo di Natale era un po’ come perdere la verginità. Se non stavi attento il disastro era compiuto e non c’era arrosto precotto che potesse salvarti.

Ciò significava almeno tre cose: un tempo riflettevi bene prima di compiere un qualunque gesto; facevi qualcosa solo se pensavi che ne valesse la pena; l’apprendistato alla vita, in qualunque settore di essa, aveva una grossa rilevanza e non vi erano corsi lampo per qualunque cosa. La visione di un qualsiasi tipo di processo non doveva essere frammentaria, ma curavi il tuo prodotto dall’inizio alla fine.

Non posso certo dimenticarmi, ovviamente, che tutto ciò ha comportato grandi passi avanti e che l’accelerazione delle cose nel mondo ha avuto anche fondamentali risvolti positivi, senza i quali oggi ci sarebbero ancora malattie incurabili, disservizi incredibili e la cultura sarebbe ancora riservata a pochi e manipolata ancor di più.

Però, forse, la perfezione la raggiungeremmo se utilizzassimo quella mentalità e quegli strumenti di cui disponiamo oggi: avremmo un mercato cinematografico, musicale, editoriale e artistico in generale di ben altro livello se i professionisti del mestiere ci pensassero bene prima di creare mostri senza senso, ciarpame inguardabile e inascoltabile, tutta roba identica, che non lascia spazio a una riflessione giusto perchè è facile produrla. Forse, se certi autori avessero dedicato maggior tempo alle loro creazioni spinti dalla passione e non dalla fretta di essere scavalcati dal concorrente, avrebbero davvero edificato la loro fortuna, e non avrebbero compiuto un lavoro compreso e apprezzato da pochi.

Bisognerebbe rincominciare a dar peso a tutte le prime volte perchè, anche se materialmente possiamo tornare indietro, quasi sempre sono le esperienze uniche e irripetibili a farci crescere e allo stato attuale si dovrebbe, perlomeno, tentare di mettere ordine a questo oblio formativo ed esperienziale che abbiamo costruito.

Fortunatamente, il “nastro del nostro cervello” non lo possiamo riavvolgere, ma dato il gran caos e i danni che stiamo producendo a causa della macchina impazzita della produzione scellerata cui stiamo assistendo, non mi stupirei se arrivassimo a tanto. Ma al sol pensiero inorridisco.

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