Individualismo, movimenti, competizione: la via in discesa verso la disgregazione

Oggi, ancora una volta, abbiamo assistito a gruppi appartenenti a cortei pacifici separarsi dal corpo principale per disperdersi e dare il via ad atti vandalici. I punti colpiti (principalmente sedi di gruppi bancari, automobili di lusso e di grande cilindrata) sono simboli di una malattia che affligge da tempo le menti di ognuno di noi. Mixofobia, Bauman la nomina spesso, quasi ossessionato. A ben vedere, ha completamente ragione.

Mixofobia è la paura di mescolarsi, la paura del diverso la cui conoscenza possa portarci al cambiamento dell’unica certezza che ci rimane in questo mondo in disgregazione: la routine, l’uguaglianza, l’individualità. La disgregazione di un’identità individuale che non è quella ricerca di sé stessi di matrice Omerica. Non è percorso di conoscenza del diverso, dell’altro, dell’alieno in nome di un “sé” solitario ma poroso verso mondo esterno, alle sollecitazioni che questo comporta.

Ci rinchiudiamo in condomini-fortezze con muri alti, inferriate appuntite, sistemi di sicurezza che hanno mille occhi, ma non per stare al sicuro, piuttosto, per tenere fuori gli altri, per tenerli lontani. Questi alieni, come da propaganda spicciola della Guerra Fredda che impersonavano il fantasma rosso del comunismo, adesso sono gli altri, quelli che non appartengono al nostro nucleo familiare, alla nostra cerchia di interessi, ai nostri bisogni. Siamo individui, solitari ed autarchici: stringiamo relazioni basate sul bisogno spicciolo senza legami di appartenenze, anche perché, il pensiero imperante è “oggi ho bisogno di te, domani no, e sarò pronto a combatterti se mi minaccerai”.

Un nuovo medioevo scientificamente orchestrato dalle nostre paure recondite: instabilità, insicurezza, morte; un nemico che è vicino ma anche lontano perché non lo si vede, è invisibile. I paragoni con la Guerra Fredda ed i sistemi di propaganda politica ed ideologica si sprecano. Ma “le ideologie sono morte” e, forse, questo è l’unico aspetto negativo che rende questi giorni i più bui dell’intera umanità. L’ideologia non è soltanto una fede cieca in un qualcosa, un credo, anche militante: l’ideologia è una necessaria visione del mondo, di come dovrebbero andare le cose, senza la quale non può esistere nessuna azione, nessun pensiero di cambiamento e, di conseguenza, nessun dialogo.

Dialogo: mai come in questi anni questa è una parola che spaventa, horror pleni che deve essere evitato. Le motivazioni sono semplici ma complicate ed inquietanti allo stesso tempo. La paura del dialogo nasconde la paura di una sconfitta, di un piegarsi, un sottomettersi: non si riesce a capire che dialogo è unione, unione è forza, comunità è esercizio dei propri diritti e delle proprie libertà in comunione con tutti gli altri essere umani che hanno le nostre stesse cellule, molecole, atomi, protoni, neutroni, elettroni.

Individualismo che unisce antagonismo a chi non la pensa come me, perché se provo ad ascoltarlo, magari può sottomettermi. Individualismo che è competizione: associazioni in difesa di gruppi sempre più minoritari, minoranze che si fanno sempre più piccole, con desideri e bisogni sempre più elitari. Persone di base uguali, ma separate e per questo, deboli. Difficile provare a far capire concetti così ontologici, che stanno alla base della definizione stessa di essere umano.

Però sento e leggo spesso “autodeterminazione”, ovunque si parli di difesa dei diritti. Piccola precisazione, giusto per inquadrare un lessico spogliato di ogni significato etimologico ed arricchito di dogmatismo. Autodeterminarsi: diritto di scegliere, autonomia. Qualcosa davvero importante in uno stato democratico. Tuttavia per autodeterminarsi il “sé” ha bisogno di riconoscersi, e ciò può avvenire solo se c’è un riconoscimento dell’altro, del diverso, un qualcosa che non sono io (come sosteneva Winnicott). Ecco che allora senza l’altro noi non riusciremo mai a sapere che esistiamo, non sapremo cosa siamo e come siamo, in parole povere, non sapremo autodeterminarci.

So bene che l’origine politico del termine è detenuto dai gruppi femministi che tuttavia, intendevano una parte dell’autodeterminarsi: le scelte sessuali, l’autonomia in relazione ad essersi ed essere riconosciuti. Era un periodo in cui la castrazione delle emozioni era una diretta conseguenza di una segregazione e negazione del corpo, una visione dogmaticamente clericale e distorta di un credo religiosamente protetto da visioni iper ordinate del mondo. Erano anche momenti storici molto lontani da oggi: non esiste più la buoncostume e la libertà di azione etica dell’individuo si autodetermina a prescindere dal credo religioso o morale della comunità. Se così non fosse stiamo ammettendo di vivere in uno Stato di Polizia di base moralizzante, ma, per fortuna non è così.

Oggi la prima parte (riconoscersi in quanto diversi dall’altro dal vicino, ma comprendendo l’appartenenza ad una stessa razza umana) manca del tutto negli slogan, nelle frasi di protesta: vogliamo autodeterminarci a discapito dell’altro, a prescindere se lo riconosciamo oppure no, a prescindere dalla nostra idea di noi stessi. Il nostro è un “sé” che non si è mai avverato, il nostro non è più un “sé”, piuttosto è un “non altro”. Indivudialismo antagonista a se stesso, individualismo sempre in competizione (ed in una competizione c’è sempre una parte che vince ed una che perde, per definizione) a prescindere da quale sia la nostra vera identità. Io sono il tuo nemico: questa è la vera, moderna creazione del “sé”.

Oggi, quel corteo, che manifestava in favore di diritti sacrosanti ed essenziali per l’autonomia, il diritto a scegliere, non aveva identità, anzi, aveva l’identità opposta al suo nemico. Un gioco di specchi distorti, che non possono fare altro che infrangersi l’un l’altro: visoni opposte che non si autodeterminano se non in opposizione all’altro. Un autodeterminarsi non competente: e qui vi porto alla vera contraddizione in termini dei termini. Competente significa che appartiene a qualcosa/qualcuno, strano vero? “Diritti che competono” nel senso di appartenere, unire, com-prendere. Attenzione, avviene la magia: le istituzioni sono competenti dei nostri diritti, li comprendono e compete alle istituzioni difenderli, amarli, far si che si determinino.

Un diritto non si autodetermina, perché esiste già in virtù di una autodeterminazione dell’individuo, che riconosce i propri diritti dopo averli riconosciuti nell’altro, nel diverso, che esiste per riconoscere il nostro “sé”, ma che ci comprende in quanto unità della stessa metà.

Si dice di combattere il liberismo additato come la causa dei mali di tutta la società, quando poi, alla fine, ne abbracciamo tutti i principi e lottiamo affinchè si avverino tutti i suoi anatemi: libertà estrema, individualismo, competizione, sopraffazione dell’altro in luogo della mia autodeterminazione. Ditemi, adesso, è ancora il caso di dividere l’umanità in pezzetti sempre più piccoli?

È ancora il caso di andare contro le istituzioni, di cui noi stessi dovremmo pretendere di fare parte, per isolarci, dividerci, determinarci in opposizione ed in funzione di una opposizione netta ad ogni cosa che non rappresenta ognuno di noi in quanto individuo? Se ci unissimo alle istituzioni, rispettando le regole del gioco democratico, rispettando chi fa si che noi possiamo riconoscerci, la lotta non sarebbe più forte, più vera? Se, invece di chiudere gli occhi, li aprissimo e riuscissimo a muovere le pedine del sistema invece che scombinare solamente la scacchiera? Mi correggo, non siamo nemmeno noi, pacifici manifestanti, a scombinare le pedine della scacchiera, lasciamo che altri lo facciano, con regole loro, che noi non conosciamo, di cui siamo vittime e capri espiatori.

Allontanarsi dalle istituzioni, dire no alle loro proposte a prescindere, senza valutare, senza aprire al dialogo non farà altro che creare sistemi ai margini di sistemi più grandi, senza muovere nessun cambiamento, senza sospingere nessun disvelamento di alcuna verità. Ci si rinchiuderà in recinti sempre più piccoli, con mura sempre più alte, per tenere fuori sempre il maggior numero di persone diverse da noi, rimarremo soli.

Ed allora mi chiedo: l’ultimo uomo sulla terra, sarà in grado di conservare la propria umanità? Alla fine lui sarà libero, unico, autonomo, autodeterminato. E profondamente solo.

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