And You Will Know Us By The Trail Of Dead, Source Tags and Codes – la recensione.

Un antico rituale Maya, hardcore-punk di matrice americana, mistero e tematiche tra psicanalisi e esistenzialismo: And You Will Know Us By The Trail of Dead (semplicemente Trail of Dead per i fans).

Il gruppo americano alla prova del terzo disco riceve un 10 su 10 sulla piattaforma musicale Pitchfork: Source Tags and Codes esplode così nelle cuffie di milioni di utenti e porta il gruppo super underground a diventare in poco tempo da gruppo punk-hardcore sperimentale ed enigmatico a super gruppo di culto.sourcetags

Siamo comunque lontani dal gruppo che ama stare sotto i riflettori accompagnati da campagne pubblicitarie massive, sono sempre sottotraccia ma chi li conosce sa quando e come agiranno.

Questo terzo lavoro del gruppo (seguito dell’omonimo primo lavoro e del capolavoro Madonna del 1999) dimostra un avanzamento dello stile compositivo del gruppo verso una forma canzone più precisa e meno disgregata come avveniva nei precedenti lavori.

Rimane tuttavia la passione del gruppo a farsi sempre e comunque accompagnare da campionamenti ambientali, suoni, dialoghi che inframmezzano una brano dall’altro: da una parte è un prendere fiato tra un’esplosione e l’altra, perché i brani del gruppo hanno il volume e l’altalena tipica dell’hardcore punk vicino anche a gruppi come Fugazi e Minor Threat, dall’altra è un voluto collegamento all’interno delle storie tracciate dentro i testi urlati, dilaniati dalla voce di Conrad Keely che insieme al suo amico Jason Reece fonda il gruppo a metà degli anni 90.

Partono in sordina i Trail of Dead con l’intro strumentale Invocation che ci trasporta dentro il gusto retrò dei testi, delle tematiche affrontate, dell’artwork particolare che da sempre accompagna il gruppo (enigmatico e mistico, quasi tendente alla psichedelia), delle atmosfere quasi fossimo dentro i pensieri del protagonista, in bianco e nero.

Il singolone Another Morning stoner fa capolino dopo la presentazione effettiva del gruppo (It was there that i saw you there) ed è una perfetta cobinazione di quello che è il gruppo: la voce distinguibile tra molte di Conrad, la melodia e la tendenza nuova alla canzone pop e la violenza di chitarre sparate e batteria pestata con i passaggi veloci e le accellerazioni tipiche dell’hardcore punk.

Baudelaire e Homage ci sparano nelle cuffie tutta la potenza di cui il gruppo è capace, passando da momenti calmi e quasi sognanti fino a violente percussioni e cavalcate: tuttavia i pezzi non hanno la solita brevità del punk, ma variano bensì dai tre minuti e mezzo ai quattro-cinque, sintomo che il gruppo ha davvero molto da dire, anzi, da urlarci in faccia!

How near how far spezza un attimo il ritmo cullandoci attraverso la melodia dolce e da filastrocca mentre, passando per l’intermezzo Life is Elsewhere (un testo recitato in giapponese con la psichedelia di campionamenti ambientali e suoni dilatati in sottofondo), si arriva a Heart In The Hand Of The Matter che ricorda tanto certi brani punk anni 70 come quelli di Iggy Pop o le litanie di Lou Reed (mica facili come riferimenti!) e Monsoon dove al cambio con il compagno Jason il tempo si dilata, la batteria rallenta, ma non cede il colpo.

And_You_Will_Know_Us_by_the_Trail_of_Dead_(live)_at_Quart_Festival_2005,_NorwaySe fino ad adesso pensavate di averla scampata alla furia violenta e coinvolgente del gruppo, vi sbagliate: Days of Being Wild vi esplode nelle orecchie come un fantastico pezzo hardcore-punk di scuola Washington ma arricchito e riempito, meno secco e più corposo, soprattutto nella coda che lascia corrompere la traccia dal monologo parlato che non disturba ma ricorda un certo flusso di coscienza.

Uno stacco netto e siamo quasi ai saluti: Relative Ways è l’altro pezzo pop e da sing-along a metà tra una poesia recitata a memoria e quasi atona ed un gioco di arpeggio per riscaldarsi le mani in sala prove ma che serve per arrivare al capolavoro del disco che si fa attendere quel minuto in più per After the Laughter (con quel campionamento di disco in vinile in sottofondo al piano e la melodia vocale molto mistico e retrò) che introduce la title track, Source Tags and Codes.

Questo è il pezzo che fa guadagnare al disco (completo, che si ascolta tutto d’un fiato, senza pause, che non annoia, vario ben suonato e composto, sporco nelle registrazioni) il suo 10 su 10 anche da noi Mangiatori di Cervello. Quattro minuti di una ballata ottimamente composta (con dei cambi di tempo da pari a dispari emozionanti), con una melodia vocale che ti entra in testa, che non rinuncia a quella sporcizia sonora delle chitarre distorte, anche se in crunch, che ha un testo che è a tutti gli effetti una magnifica poesia esistenzialista, riflessiva, docile, che commuove, che ci ricorda tante cose, che ispira profumi, colori, foto vecchie che ci ricordano momenti felici, o anche quelli malinconici e tristi. Una goduria a fine disco con quei trenta secondi di silenzio prima di una partitura d’archi che ci saluta facendoci pensare “e chi se lo perde il prossimo disco!”. 10 su 10 si diceva ma anche un disclaimer: orfani degli Smashing Pumpkins e via discorrendo, puntate sui Trail of Dead che di emozioni ne sanno regalare, ed a volte anche troppe!

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