Conformisti? Sì, ma coi dreadlocks!

Care lettrici e cari lettori, il titolo che avete appena letto è certamente provocatorio. Ovviamente non credo che i dreadlocks siano veramente un sintomo di conformismo; volevo invece introdurvi in questa piccola rassegna critica, che ha come oggetto il declino del pensiero alternativo (e non solo, yuppy) tra noi gggente gggiovane (ho uno sconto sulle “g”). Il perché io abbia deciso di sproloquiare a tal proposito è evidente: i cosiddetti giovani alternativi che mi circondano sono tutto fuorché ciò che vorrebbero essere. 

conformityInnanzitutto, diamoci delle coordinate: cosa significa questa definizione? A cosa sono l’alternativa? La risposta dovrebbe essere facile: all’indifferenza, all’odio, alle discriminazioni e alle ipocrisie della società moderna. Benissimo. Ma se il modus vivendi di queste persone non si distacca dai luoghi comuni più banali, adagiandosi sulle discriminazioni così come fanno altri gruppi sociali meno attraenti ma anche meno pretenziosi, l’alternativa non si realizza proprio. Quanto ho appena affermato lo dico per esperienza personale, perché tempo fa mi sono sentita consigliare di “uscire dalle logiche di gruppo“, salvo rendermi poi conto che chi mi aveva detto ciò ci era finito dentro con tutte le scarpe, in quelle logiche di gruppo. E in questa dinamica non ci vedo nulla di alternativo.

Mi sono sentita dire parecchie cose, negli anni passati, tra le quali “persona di m***a” da parte di chi l’alternativa doveva andarla a costituire in contesti più ampi. Questo perché non avevo realizzato le aspettative di soggetti convinti di avere tutto sotto controllo. E anche in questa dinamica non c’è nulla di alternativo, ma anzi un non so che di triste e prevedibile.

Vodafone_CC-Alternative-people_TillyE’ un po’ come quando non mi sentivo abbastanza cool durante l’adolescenza perché non avevo i vestiti giusti, il piercing al naso (che adesso ho) o i capelli colorati (che sono ormai scoloriti), ma allora era più semplice intuire che tutto quest’ambiente ruotasse intorno a una mera questione di apparenza. Cosa, questa, che realizzai comunque più avanti.

Perché racconto queste cose? Perché essere alternativi può significare avere determinati princìpi, ma ciò che conta è la loro messa in pratica, anche e soprattutto nell’interazione con chi ha opinioni o aspirazioni differenti dalle nostre. Sono giunta da un po’ di tempo a questa parte alla conclusione che “l’essere alternativi” in fondo sia  proprio questo: lo sperimentare nuove dinamiche e approcci alla diversità, a livelli più alti di quanto imposto dalle convenzioni sociali,  sfidando in primis nient’altro che noi stessi e la nostra capacità di concepire altre idee.

“A questo punto, meglio quelli che non fanno gli alternativi”, mi ha detto una mia amica di recente, “almeno da loro sai cosa aspettarti“. Ed è vero: non ti riserveranno sorprese, a differenza dei “conformisti coi dreadlocks”. Ve lo dice una fricchettona.

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