Blur, The Magic Whip – la recensione

Il digitale è morto! Anzi, no.  Viva il digitale! Come se fossimo balzati d’un tratto indietro di trent’anni, quando i primi campionatori, sintetizzatori, drum machines, Pro Tools vedevano la luce. Scontro ideologico, neanche fosse una Guerra Fredda: “Meglio l’analogico!, “Capra, col digitale è più facile anche correggere gli errori!. Certo, ormai il discorso si è esaurito con un armistizio firmato nel 2001 dai Radiohead di Kid A: digitale sì, ma in maniera intelligente.

E oggi? Beh, il 28 aprile 2015 esce su I-Tunes The Magic Whip, primo album da Think Tank dei redivivi Blur. L’ho ascoltato in anteprima per voi e devo dire che siamo di nuovo al punto di partenza.

1035x983-faec798eIndubbiamente il solco tracciato con l’invasione di drum machines partito da 13 ha continuato il suo corso, ma rispetto a Think Tank c’è una novità: è tornato Graham Coxon, dopo diversi album solisti. Sono proprio le avventure soliste (Gorillaz vi dice nulla?) che hanno portato il gruppo verso una maturazione decisamente superiore, sia in chiave compositiva che di “suono”.

Il digitale c’è, per forza, con drum machines, synth e campionamenti vari, che si trovano in quasi tutti i pezzi del disco. Eppure, già al secondo pezzo la conferma arriva: a parte queste piccole variazioni tecnologiche, Coxon non rinuncia al “twang” della sua telecaster più amplificatore fender valvolare, senza risparmiarsi i fuzz. Albarn non si convertirà mai all’auto-tune: lascia intatto quel suo tono nasale condito di accento londinese fastidioso, oltre a basso e batteria assolutamente in analogico.

Quindi? Quindi i Blur sono tornati. Go out: prendete Song2 e rallentatela, Blur sotto morfina, ma diamine se ti piazzano l’head banging forzoso. I Broadcast ci riporta ai fasti di 13. Sarò chiaro e onesto: non ci troviamo più dinnanzi al gruppo di Country House, Girls & Boys o The Great Escape. Manca quel paraculismo tipicamente inglese che strizza l’occhio ai modaioli prendendoli per il culo. Molto punk, poco punk. Ong Ong, Lonsesome Street, My Terracotta Heart, singoli sicuri, manco a pensarci.

Ma allora dove sta il trucco? Non c’è, semplice, se non nel titolo. The Magic Whip è un riassunto, una summa teorica delle varie esperienze che i singoli (soprattutto Albarn e Coxon) hanno passato in questi anni separati, esiliati: adesso, confrontandosi con quello che avevano lasciato, hanno mantenuto la loro solida anima di brit-poppers di alto-rango-sforna-singoli ma aggiungendo a piccole dosi elementi esotici e di elettronica, con un tono più serioso dato dai riferimenti politici (Pyongyang è un titolo che all’ascoltatore fanatico dei Blur farà rizzare le orecchie). Thought I Was A Spaceman, Ghost Ship sono chiari e lampanti esempi di questa commistione, come l’artwork del disco e i primi videoclip che strizzano l’occhio a quell’oriente così pieno di simboli e drasticamente glamour.

11043133_10153629249955744_5128492359292267209_o

L’esperienza solista dell’ultimo disco di Albarn si intuisce soprattutto nei brani più morbidi e lenti: quando preme sull’acceleratore non ci si può scordare dei fuzz di Coxon. Chi si ricorda dei Blur degli anni ’90 e da duro e puro li vorrebbe in loop con Beetlebum, sta già pensando al suicidio. Chi invece vedeva 13 come uno smarcamento dalla fossilizzazione di genere può gioire: questo è un gran bel disco, tutto quello che mancava a Think Tank qua c’è, moltiplicato all’ennesima potenza.

There Are Too Many Of Us risuona un po’ “già sentita”, ovviamente, da super ballad tipicamente Blur, ma lascia ancora quell’idea che qualcosa sia cambiato in meglio, che l’asticella si sia spostata più in alto. Di certo seduti in studio di registrazione i quattro Essex Dogs non si sono di certo messi a pensare a come fare un disco “alla Blur”. Diamine, loro sono i Blur!

Non darò loro un voto, bensì due. Ma, prima, una premessa: dei gruppi anni 90 inglesi, gli unici che si sono evoluti senza snaturare la loro identità, facendolo in modo intelligente, senza barare, senza trucchi da “you, know it’s business, man” sono proprio i Blur ed i Radiohead. Noel Gallagher, dovresti imparare da loro!

E ora, veniamo ai voti. Se siete ascoltatori attenti e adorate i Blur di Leisure come quelli di 13, non ne sarete delusi: un 8 è più che meritato. Se siete fan duri e puri e, dopo aver comprato 13 avete aggredito il commesso del negozio di dischi dicendo “Voglio un disco dei Blur, cos’è sto schifo?!?”, do un 6. Per gli altri? Beh, vi metto davanti a un bivio: vi piace l’evoluzione dei Radiohead? Se la risposta è si, ad ogni costo, allora prendete questo disco, una birra (vino, coca, tè indonesiano, o quel che volete) e premete play senza remore o timori, vi piacerà da morire!

Annunci

Dì la tua!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: