Grizzly Man, il film – la recensione

Werner Herzog si è sempre distinto come regista, non solo tra i suoi colleghi contemporanei, ma nell’intera storia del cinema. Nella sua bizzarra e folle carriera, inestricabilmente intrecciata con la sua vita personale, ha portato navi su per catene collinari con il solo ausilio di manovalanza, ha minacciato il suo attore feticcio e amico del cuore con un fucile puntato al petto, ha portato intere troupe nel mezzo della giungla, ha raccontato di personaggi isolati dal mondo e anche di un uomo che ha deciso di vivere tra i grizzly.

grizzly-man.11012Di questo parla l’ibrido documentaristico del regista tedesco Grizzly Man, opera del 2005. Timothy Treadwell, esploratore e ambientalista, aveva lavorato nelle scuole e dal 1990 al 2003 prese parte a un progetto che prevedeva una spedizione estiva all’anno in Alaska, nel parco nazionale di Katmai, la terra degli orsi più grossi del mondo, per vivere assieme a questi misteriosi animali e proteggerli. Per ben 14 anni, ogni estate, Timothy ha viaggiato solo, con lo zaino in spalla, accampandosi in tenda, per i boschi, in terre desolate, selvagge e incontaminate.

Dal 2000 fino al 2003 si porta appresso due telecamere con l’obiettivo di dimostrare direttamente la sua teoria di una possibile convivenza e appartenenza a questa specie. Per oltre 100 ore di pellicola la sua vita e quella dei giganteschi mammiferi si intreccia, senza nessun filtro, in presa diretta, tra inquadrature traballanti e dialoghi sghembi; Treadwell mostra la cruda nudità del suo stile di vita adattato a quell’ambiente e al contempo mette a nudo se stesso.

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Questo immane e incredibile mondo impresso sulle fibre d’argento è rimasto incustodito e inutilizzato dopo la sua morte, avvenuta in modo non del tutto chiaro nel 2003, proprio in quei boschi a cui aveva voluto appartenere. Al girato di Treadwell, Herzog ha aggiunto un 30% composto da interviste e indagini nella memoria di chi l’ha conosciuto, dai genitori ai colleghi ai conoscenti, nelle opinioni altrui sulle sue intenzioni così controverse e insolite. Il conflitto uomo-natura vuole visibilmente essere superato, addirittura ignorato: è lo stesso Timothy ad affermarlo direttamente nell’obiettivo, e a volerlo dimostrare, quando gioca con una volpe o accarezza sul muso un orso bruno alto il doppio di lui, senza nessuna paura, forse con un’ unghia di presunzione di troppo.

L’ibrido filmico si manifesta quando Herzog sottolinea la sua incomprensione per un mondo selvaggio che secondo lui esprime solo “la schiacciate indifferenza della natura” senza curarsi di ricostruire gli avvenimenti o indagarne le cause ma ostinandosi decisamente a voler raccontare, come di un vecchio amico, un avventuriero del nostro tempo.

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Il realismo estremo, la violenta forza delle immagini, le svolte inattese, le parole di Treadwell che scaturiscono come un fiume in piena dalle sue auto-interviste, tutto costituisce un girotondo di informazioni, idee, testimonianze e impressioni che dipingono l’immagine dell’uomo che ha compiuto l’avventura, un immaginario così distante ma reso così vicino, da lasciare molti dubbi, molte curiosità e sicuramente molto su cui ragionare.

Un documentario biografico immenso, stupendo, creato con ammirevole maestria. Grezzo ed elegante, e con una delle colonne sonore più belle dell’intera storia del cinema.  

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2 commenti
  1. Ivan ha detto:

    Lo cerco da molto, eppure non sono ancora riuscito a recuperarlo! La tua recensione mi invoglia ancora di più a vederlo 🙂

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