“Chi sbaglia paga”: un modello educativo monco

Pochi giorni fa la Corte Europea ha condannato l’Italia per gli avvenimenti avvenuti durante il G8 di Genova, in particolare per la “macelleria messicana” della scuola Diaz, bollando il fatto come tortura. Allo stesso tempo, sempre in Italia, ferve il dibattito sugli scandali di corruzione scoppiati negli ultimi mesi – ma che durano da anni – e che ormai si ripresentano immutati in tutte le amministrazioni pubbliche, coinvolgendo qualsiasi esponente dell’imprenditoria italiana. Inoltre, l’annosa questione della diffusa cultura dell’evasione fiscale riempie le pagine dei giornali e le discussioni da bar. Per tutte queste “malattie” della società civile nostrana l’unica, e dico, l’unica soluzione avanzata da sempre e quotidianamente da politici, esperti di tasse, avvocati, giudici, cani e porci è la seguente: pene più severe.

USA_DetaineesWEBPurtroppo, da molto tempo a questa parte, l’idea per cui la legge debba essere rispettata perché altrimenti si finisce in galera – complice la lunghezza e lentezza dei processi e delle indagini – non funziona più come deterrente per instillare nella coscienza dell’italiano medio il fatto che le leggi vadano rispettate proprio perché esistono, non perché una pena pende su di te come una spada di Damocle. Io rimango sempre dell’opinione che finché si continuerà a chiedere pene più severe per i trasgressori non usciremo dal circolo vizioso in cui ci siamo cacciati.

In pedagogia si parla sempre più spesso di cambiare la dicitura “Progetto Educativo Individuale” in “Percorso Educativo Integrato”, mettendo in luce il fatto che se non c’è una ri-nascita o, meglio, una di-snascita con un percorso personale serio, costruito bene, non ci saranno mai un reale miglioramento e una reale integrazione di chi ha sbagliato nella società. Purtroppo sono pochi i casi di carceri che hanno realizzato questo proposito mettendolo in pratica e, sebbene il danno fatto alle vittime di reati possa essere incolmabile, noi come società civile dobbiamo credere e sostenere fermamente che chi ha sbagliato deve avere una seconda possibilità.

Già nel carcere di Milano – Bollate, in Via Cristina Belgioioso 120, a Milano, i detenuti possono scegliere di effettuare un percorso serio (non necessariamente religioso, ma anche laico) per un reale reinserimento nella società: si possono sostenere esami universitari o lavorare con permessi speciali. Chi sceglie di aderire a questo percorso non sbaglia mai gli orari di rientro, non evade le regole ma soprattutto sente davvero la possibilità che quell’errore può essere un punto di partenza, non un marchio a vita che segnerà la sua esistenza.

carcereIn effetti, pensandoci bene, che alternativa c’è alla soluzione salviniana “buttiamo via la chiave”? Se vogliamo che chi commette un reato non possa tornare a calpestare i marciapiedi fuori al carcere, non sarebbe corretto tornare alla pena di morte? Non sia mai che si tiri fuori questo argomento, però negli inconsci collettivi la soluzione unica è questa, senza ipocrisie e falsa pietà di ispirazione cattolica.

Inutile girarci intorno, la sequenza norma-trasgressione-pena non funziona più e, come sottolinea il professor Sergio Tramma nel suo libro Legalità Illegalità, l’unico modo per far rispettare una legge o regola sociale è quello di far capire che bisogna rispettare tutto ciò perché è intrinsecamente giusto, senza ideologie o moralismi e soprattutto senza se e senza ma.

Inoltre è bene che ci ficchiamo nella nostra testolina da folli giustizialisti che è giusto dare a chiunque una seconda opportunità, perchè la motivazione che sta alla base di un qualsiasi reato o trasgressione non la possiamo conoscere e soprattutto non possiamo giudicarla senza conoscere il passato esperenziale dell’individuo. Veniamo tutti dalla cultura classica ellenica, dove la vera conoscenza è attribuibile solo ad un’azione esperita e, in quanto tale, possibile di apprendimento.

sedia-elettrica

Ricordo anche che l’educazione non è soltanto quella che da bravi perbenisti pensiamo tutti che debba essere: stare seduti composti, mettere il casco in motorino, non consumare droghe, rispettare le leggi. L’educazione è ovunque e raccoglie anche ciò che non è asupicabile che venga imparato: fare il bullo, pestare i manifestanti, evadere le tasse, commettere omicidi o abusi sessuali. Tutto ciò lo si impara a fare e l’educazione al male è la forma più potente di educazione che esiste: così come nelle nostre istituzioni scolastiche esiste anche una scuola del male, così le associazioni mafiose hanno un vero e proprio percorso di apprendimento con tanto di riti iniziatici, praticamente la forma più simile all’educazione auspicata che esista. Ed è evidente.

Condurre una persona che ha sbagliato, o che non corrisponde al modello di cittadino secondo i nostri canoni sociali, attraverso un percorso formativo alternativo a quello che ha sempre esperito è l’unica, vera, reale e attuabile soluzione alla trasgressione delle leggi.

Se non la pensate così, allora state accettando come unica soluzione la pena di morte.

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4 commenti
  1. michele ha detto:

    Parlano di pene più severe ma sanno tutti in Italia che esistono sempre delle scappatoie e che tanto la pena non verrà mai eseguita.

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    • F_Chiovo_Nail ha detto:

      Si, infatti, è proprio questo il punto. La pena non è più un deterrente, bisogna, finalmente dico io, andare al nocciolo del problema. Senza moralismi o ideologie.

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      • michele ha detto:

        Qui viene fuori un’atro problema se il colpevole è un povero cristo viene condannato se il colpevole è un funzionario di alto livello viene trasferito

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  2. michele ha detto:

    Qui viene fuori un’atro problema se il colpevole è un povero cristo viene condannato se il colpevole è un funzionario di alto livello viene trasferito

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