Guida subgalattica per attivisti LGBT (parte I)

Una mattina mi son svegliato e, guardando i miei 27 anni allo specchio, ho deciso di diventare un attivista di Arcigay. Fermo restando che uso la parola “attivista” per far capire di cosa si stia parlando; lo preciso proprio perché le etichette mi stanno strette. In pochi passaggi mi sono ritrovato a rappresentare l’Arcigay di Piacenza ad un incontro nazionale tenutosi dal 10 all’11 aprile del 2015 a Torino. Molti mi hanno chiesto cosa io abbia capito in quei tre giorni e, con estrema modestia, proverò a razionalizzarlo.

GSALGBT_003Lasciando sullo sfondo la motivazione dell’incontro (pensare a come riformare l’organizzazione dell’associazione nazionale e lo statuto) ho capito che da molti anni le persone lesbiche, trans, gay, bisessuali (and co.) non sono più rappresentate a livello nazionale e, men che meno, in modo unitario. Ed è proprio qui che capisco la prima cosa: la comunità LGBTQI non è rappresentabile in modo “unitario”. Si può ragionare su questa idea a due livelli: le persone sono diverse e giustamente uniche nella propria identità (non solo per orientamento sessuale e genere); le persone hanno paura di ciò che è diverso. E, in questo caso, le persone che hanno paura del diverso sono proprio quelle che vogliono migliorare la condizione degli LGBTQI di cui sopra. Qualche esempio pratico?

Ho conosciuto un attivista della vecchia guardia che “non crede nei bisessuali”. Un altro che non sopporta “le velate” (uomini sposati che dispensano fellatio in gran segreto). Una attivista che “fin che ci saranno le checcone che sfilano al pride nessuno ci prenderà sul serio”. E infine il mio preferito: quello che “ma come si fa a leccare una vagina, dio che schifo”!

GSALGBT_002Oibò! Attivisti che si battono contro le discriminazioni che, di fondo, discriminano? Ebbene, è tutto vero, amici miei. Ma come mai le viscere dell’Arcigay sono infettate da cotanta incoerenza? Potrei dilungarmi sulle cause, ma perderei quei pochi lettori arrivati sino a qui. Solo due pensieri, non speranzosi (la speranza è una trappola, ricordate?), ma auspicanti.

Ci vuole un punto fisso attorno al quale far girare le proprie identità. Se ci si batte per i diritti civili, per il rispetto della persona, se si punta al benessere e al riconoscimento dell’individuo, ebbene, dobbiamo ficcarci in testa che noi “persona” siamo un’isola in un arcipelago vastissimo. Isole con la propria vegetazione, fauna, conformazione altimetrica… insomma, sicuramente il nostro modo personale di essere va rispettato, ma non è quello giusto. E, sopratutto, “quello giusto” non esiste. Siamo parte di un ecosistema gigante e incasinato: quel caos è il valore aggiunto.

Una donna transgender, intervenendo all’incontro nazionale di Arcigay (dal quale sono partito con questo sproloquio), ha detto: non dobbiamo renderci accettabili, ma neppure essere accettati. La nostra diversità deve essere riconosciuta e valorizzata!”. Per questo ci vuole un’associazione nazionale forte su questo punto che porti avanti una linea condivisa, caratterizzata da un pensiero che tenga presente dell’ecologia di tutto l’arcipelago. Capisco che chiamarsi “ArciGAY” sia un filino limitante, ma svuotiamo la parola “gay” dal significato di “uomo omosessuale” per riempirla con il nostro bagaglio, per una diversità rispettata, riconosciuta e tutelata.

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Per ultimo mi rivolgo ai “parrucconi” dell’Arcigay, quelli che non aspettano altro per arrivare all’assemblea nazionale per scannarsi. Basta. Smettetela di portare avanti il rancore, usiamo il lato emotivo per empatizzare, non per ferire e ferirci. All’incontro di Torino eravamo in tanti noi “attivisti di primo pelo”, quelli alle prime esperienze. È un segnale. Se non saprete accogliere i nuovi stimoli, se non riuscirete a scendere dalle vostre roccaforti fatte di rivalsa e vendetta, sarete inevitabilmente accantonati. Le vostre lotte intestine non interessano più. E se non libererete l’Arcigay da questo cancro, sarà l’associazione ad essere accantonata (processo che, a ben vedere, è già in corso).

Abbiamo perso le piazze (in ogni città sono nati nuovi gruppi, gruppetti e gruppuscoli che manifestano per i diritti LGBTQI, come ad esempio iSentinelli), abbiamo perso le persone (il calo di tesseramenti lo testimonia) e abbiamo perso l’esclusività sulle battaglie pubbliche: non perdiamo anche il nome, Arcigay, che è conosciuto dalla casalinga di Voghera fino al partyboy della riviera Romagnola, passando per preti, ragionieri e cassaintegrati. Ecco, questo è quanto ho capito in quei tre giorni. Che l’Arcigay è messa male, ma ce la faremo. Uniti sotto l’ala della diversità.

Una piccola postilla: caro attivista subgalattico (quell’attivista che non conta una cicca ma che ci crede un casino), lo so che ogni giorno t’incazzi e perdi la voglia: siamo in tanti come te. Tieni duro, è arrivato il tuo momento.


photo credits: Linh Do;  Dimaz Fakhruddin;  Susanne Nilsson

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1 commento
  1. michele ha detto:

    Non possiamo pretendere dei diritti se noi all’interno dello stesso mondo lgbt facciamo delle discriminazioni

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