Giardini di Mirò, Rise and Fall of Academic Drifting – la recensione.

Nel 2000 l’Emilia Romagna va a fuoco. Tutto ha inizio da un paio di note arpeggiate da una chitarra e dal ritmo secco e riverberato di una batteria: sono i Giardini di Mirò a scatenare l’incendio che apre l’Italia al post rock e alla musica strumentale.

Fatta ad arte, sia ben chiaro, con composizioni spettacolari di intrecci di melodie semplici ma di impatto, incredibilmente sognanti, registrate in maniera precisa, in ambienti incredibili che rendono al meglio il suono della batteria. Rise and Fall of Academic Srifting è il primo disco dei Giardini di Mirò (GDM per tutti i fans) e fa breccia nel cuore degli appassionati del post rock e dei critici musicali del bel paese. Tutto ci si poteva aspettare, tranne che un gruppo di Reggio Emilia esplodesse con gusto e maestria, arrivando dritto al cuore degli ascoltatori italiani, da sempre anestetizzati da canzoni “alla Sanremo”, e costretti a guardare oltralpe per scovare le novità avanguardistiche che il panorama musicale laggiù offre.

Rise and Fall of Academic Drifting I GDM partono a razzo con A New Start (for Swinging Shoes) e azzeccano subito il compito che si sono prefissiati: portare alla ribalta il post rock, quello di matrice Mogwai, ma con un gusto tutto italiano nelle melodie e una predilizione per la musica classica, soprattutto per archi e fiati. Pet Life Saver, il secondo brano: la voce è presa in prestito dai marchigiani Yuppie Flu (altro gruppo esterofilo che tanto bistrattiamo in italia), per un brano che è una storia malinconica, quasi da film in bianco e nero, che evoca il neorealismo italiano dolce e cullante. Ma niente paura, arriva Trompso is ok, con il suo incedere inquietante e claudicante che vi culla finchè la distorsione condita di fuzz non vi farà esplodere le orecchie incendiando anche camera vostra.

Momento di pausa con lo stacco dell’arpeggio di Pearl Harbor a cui si aggiungono gli archi eterei come la nebbia nella pianura padana: un esempio di perfezione compositiva, un’intricata tela di Penelope che si fa e si disfa ad ogni battuta, incede zoppicante finchè non arriva la sferzata di netto, a bruciapelo, come la Bologna degli anni di piombo. Little Victories è invece una perla da ascoltare attentamente, seduti al caldo dentro casa, avvolti nel piumone (o la coperta della nonna se siete hipsters), come quando fuori cade la neve; ma anche se c’è il sole, vi assicuro che ascoltando questa canzone i fiocchi li vedere cadere grossi come pepite che si depositano sull’asfalto senza battere ciglio. Atmosfere europee, non sembra nemmeno che sia un gruppo italiano tanto siamo abituati a band che ricercano affannosamente, quasi da rabdomanti, la melodia facile per il prossimo spot televisivo con cui martellarci la testa. I GDM sono agli antipodi delle logiche compositive e di mercato tipicamente italiane: loro puntano al gradino più alto del podio, vogliono il primo posto, per evidenziare la qualità compositiva che gli stumenti tipici del rock possono raggiungere se solo li si lascia liberi dai giochi commerciali.

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Siamo ancora cullati da Little Victories e dalla voce suadente di Paul Anderson dei Tram (anche qui un prestito) che nemmeno ci rendiamo conto che la pausa è fatta appositamente per lanciarci verso Penguin Serenade, il capolavoro del disco! I GDM non sgarrano rispetto ai dettami del post rock: brani lunghi, dilatati, dai ritmi riflessivi e le partiture di archi che aprono a scenari sognanti, ma lo fanno con quel tocco di sfida al genere stesso introducendo tematiche nuove e strumenti nuovi (oltre alla tromba e agli archi si noti anche il fantastico clarinetto). Penguin Serenade è il risultato di questa sfida: il classico brano post rock ma non come punto di arrivo, piuttosto come tendenza, come slancio verso il positivo, arricchito di melodie incredibilmente evocative. I ghiacciai su cui questo pinguino si barcamena sono proprio visibili ai nostri occhi, tanto che lo vediamo mentre trotterella un passo dietro l’altro. La title track chiude questo viaggio all’interno di un’Italia musicale che non ci si aspetta ma che esiste e va coltivata, preservata, protetta ed elogiata.

Un bel 8 a questa pietra miliare della musica italiana, che potete tranquillamente sventolare in faccia ai vostri amici esteri che vi citano Mogwai, Ulan Bator o Slint, dicendo loro con sicumera: italians do it better!

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