Dust, On The Go – la recensione.

Uscito il 20 marzo 2015, mi appresto ad ascoltare questo disco di debutto dei lombardi Dust. Mani italiche, farina variegata.

Innanzitutto mi trovo davanti ad una delle voci più belle, particolari, espressive, emozionanti, calde, originali del panorama italiano (finora): Andrea D’Addato mostra subito i muscoli (ed una perfetta pronuncia, cosa rara nei gruppi Indie-alternative italiani) in (Our Alien) Millennium che ci apre subito le porte agli ambienti che ci accompagneranno per tutto il disco.11004563_10152286639118078_1277828362259252861_o

I Dust sfornano un pop (si pop, finalmente non ci si deve vergognare di dire “pop”) delicato, ricercato, compositivamente di alto livello, magistralmente prodotto, edificato: un castello di carte fragile (in senso positivo) ma sostenuto da dei meravigliosi suoni con una produzione di grande respiro internazionale. Non c’è nulla di troppo invadente nei brani che si susseguono veloci, facili, ammalianti (a partire dal singolo If I Die), tutto è sapientemente dosato, al servizio della riuscita perfetta della canzone: e non parlatemi di canzonette, perchè sbagliate di grosso e non centrate minimamente il bersaglio del sestetto.

C’è poco da fare, la voce di Andrea narra alla perfezione tra linee vocali esterofile si, ma decisamente emozionanti, non egoistiche nell’evidenziare la bellezza della voce e sempre e comunque al servizio delle ritmiche, degli arpeggi (Oddìo che delicatezza in quei suoni!), delle tastiere che accompagnano, insieme al basso, deciso ma mai di troppo, di Gabriele Prada.

Il 10 e lode lo merita On The Go, la title track che li mette vicino a grandi gruppi americani (tra Wilco, Dave Matthews Band, Bruce Springsteen, Band of Horses, scegliete pure voi, è uguale): una ballata intima, sofferta, che parte con un arpeggio timido, ancora una volta fragile (entrambi i chitarristi Andrea Giambelli e Riccardo Carissimi fanno davvero un teamwork incredibile), ed una voce diversa dal resto del disco, che si sofferma sulle parole, che scandisce le emozioni, che racconta, narra, spiega, timidamente come a voler disvelare segreti nascosti (eppure, “it’s a mistery, it’s a mess”).

_MG_0046bIl piano, i mellotron di Francesco Lodovici non sono per nulla da trascurare, lasciano la scia di seta e velluto che rendono questo primo lavoro un gioiellino spettacolare ed emozionante dalla prima nota all’ultima percussione (Muddy Brambilla non si vergogna di azzardare, nei pezzi più movimentati, dei passaggi e ritmiche più vivaci).

Le canzoni durano parecchio per essere dei brani pop, ma proprio per questo la durata testimonia il fatto che i Dust sanno quello che fanno, lo vogliono condividere con voi, divertendosi anche nel farlo (l’intro e la coda del brano in italiano Nell’Aria sono un capolavoro che ci fa ancora pensare “ma perché in italia il pop non si fa così?”: piano poi forte poi piano ancora, un saliscendi di emozioni e brividi).

10502080_10151916719153078_1779600886917941460_nConclusioni? Fragile, delicato, intimo ma deciso ed in certi momenti pure sfacciato: era ora che un gruppo italiano osasse “dove volano le aquile” di farsi posto a cazzotti e calci (con classe, par bleu!), dove molti gruppi hanno fallito (il cantato in inglese non paga mai in Italia), dove molti gruppi hanno scelto i compromessi lasciando perdere la loro identità. Diamogli un 8 a questi ragazzi, promettenti bandiere dell’evidenza che un pop italiano di qualità, classe, cervello e passione esiste, e che dimostrano che si può fare concorrenza a chiunque oltre il Brennero.

Date il benvenuto al vostro gruppo italiano preferito da quando ascolterete questo On The Go. Fidatevi, almeno ad occhi chiusi.


Qua di seguito potete trovare i contatti dei Dust

La pagina Soundcloud dei Dust

La pagina fbook dei Dust

L’album su Spotify

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