Birdman, il film – la recensione

Era il 1992 quando il primo film dedicato a Batman, diretto da Tim Burton, mi fece conoscere Michael Keaton. Dopo venne il secondo, sempre diretto da Burton, e poi l’oblio.

birdmanposterPerché questa premessa? Perché il ruolo di Riggan Thomson, protagonista di questo capolavoro di Inarritu, è stato affidato proprio a Michael Keaton. Riggan Thomson, ex celebrità di Hollywood divenuta famosa per aver interpretato il ruolo del supereroe che dà il titolo al film, alle prese con la produzione di uno spettacolo teatrale per scrollarsi di dosso il terribile paragone con l’alter ego cinematografico, ironico vero?

Infatti Michael Keaton “rientra” perfettamente nella parte, proprio perché, forse, ha subito anche lui gli stessi travagli del protagonista del film.

Siamo a Broadway, la mecca del teatro americano, dove le star del cinema non vengono viste di buon occhio dalla critica popolazione snob delle venue newyorkesi. Siamo anche a New York, la città che non dorme mai, e nel film, la follia, la spregiudicatezza e l’atmosfera al limite del grottesco ne sono il trademark indiscusso che prorompe prepotentemente dallo schermo.

“Bridman, Birdman, Birdman”. Tanto chiacchierato ma, a parer mio, non compreso appieno. Inarritu (a partire dal grandissimo Babel) ci ha sempre abituato a trame che si incastrano, personaggi che si inseguono ma senza davvero incontrarsi e completarsi del tutto: solo e soltanto istantanee narrative di persone comuni (troppo, tragicamente troppo comuni) che ci fanno conoscere i personaggi, ma non ci svelano i loro pensieri.

In questo film i dialoghi sono molto intensi, ben scritti davvero, ma non ci sono i pensieri dei personaggi, che rimangono custoditi negli sguardi, nei movimenti, nelle inquadrature, nel sudore e nelle lacrime: oppure, nel caso del “protagonista”, mascherate da scene surreali davvero incredibili!

Riggan è alle prese con uno spettacolo tratto da un testo di un autore che ammira molto, moltissimo, Cinquanta: il teatro, la costruzione dello spettacolo, vita di scena (le prove, le interviste) si mescolano senza continuità alla “vita reale”, fuori dai personaggi, dai copioni (in alcune scene sembra davvero una “vita teatrale”). Tutto ciò è coadiuvato da una scelta dei piano sequenza con un effetto a dir poco maestoso, eccelso, emozionante quanto le scene di tensione dei film di Sergio Leone.

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La colonna sonora oltretutto rende questo film un pezzo unico, raro: a parte alcune parti orchestrali il ritmo, la tensione, la velocità della macchina da presa nel seguire i personaggi nel backstage del Teatro e sul marciapiede di Broadway è tutta nelle mani di un batterista. Avete capito bene: la colonna sonora è solo un batterista che si dimena tra ritmi jazzy e tensioni percussive di grande emozionalità.

Ma c’è solo Riggan Thomson? No, altri comprimari prendono il suo posto in questo affresco di vita vera teatralizzata: Edward Norton (grandissimo!) nei panni di una sottopecie di alter ego di Riggan, un attore teatrale di grande livello, quanto di carattere impossibile e ribelle (anche un po’ cinico e disilluso, a dirla tutta) che farà vedere al povero Riggan i sorci verdi; Naomi Watts (eterea e miserabile quanto basta), compagna di Norton ed attrice alle prese con la sua “prima volta” a Broadway. Tutto qua? E se vi dicessi che Emma Stone (che interpreta la figlia tossica di Keaton e che svolge mansioni da assistente per papino) è un’attrice degna di questo nome? Credetemi. Inoltre la vita sentimentale di Riggan si interseca tra la ex moglie e l’attuale compagna, attrice alle prese con la piece teatrale anche lei. Menzione d’onore a Zack Galifianakis che interpreta il ruolo scomodo del miglior amico di Riggan nonchè il suo agente/avvocato, quello che deve “mandare avanti tutta la baracca”.

Ma c’è qualcosa cbirdman-mike-hits-on-sam-played-by-emma-stonehe unisce tutti i personaggi di questo film? Ebbene, si. Parola d’ordine narcisismo, una terribile malattia cronica e senza via d’uscita che affligge tutti i personaggi di questo film, bisognosi di essere riconosciuti come unici, bravi, magnifici, eccelsi, di stare sempre sotto i riflettori ed essere ammirati come degli adoni anche a dispetto dell’età che passa, di una mediocrità che è palese nelle relazioni, o, magari, semplicemente perché inetti rispetto alla vita. Un po’ come tanti di noi che confondono il talento, la bravura e l’essere unici con la celebrità: una droga, signori miei, della peggior specie.

Ci rispecchia tutti, in questo film. E magari, tra un paio di anni, saremo rammaricati di non averglieli dati quegli 8-10-10.000.000 di premi Oscar in più.

Il trailer non lo voglio inserire in questa recensione perché è proprio ciò che degrada il film. Però un anticipo ve lo faccio avere: dopo però, dovete andare a vederlo per forza! Anche perchè, vi chiedo, ce la farà il povero Riggan a rinascere artisticamente sfondando i pregiudizi dei critici snob di Broadway? Sarà “l’imprevedibile virtù dell’ignoranza” a tronfare, oppure… oppure…

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