Hooligans o bambini annoiati: questione educativa o legislativa?

La Fontana della Barcaccia del Bernini sfregiata e tumulata dai rifiuti è il sunto di quanto successo pochi giorni fa a Roma. Una situazione certamente poco piacevole, che riguarda sia lo sport che la legalità. Ma siamo proprio sicuri che sia solamente una questione legislativa? In Grecia Tsipras, dopo gli ultimi episodi di violenza negli stadi, ha deciso di fermare il campionato di calcio di serie A. Decisione giustissima, secondo i molti perbenisti che popolano gli organi di opinione, che farà calmare i bollenti spiriti di questi facinorosi e irrispettosi teppisti; a mio avviso, rimane comunque un palliativo, modesto e poco efficace, contro quella che è fondamentalmente una questione educativa, sociale ed anche antropologica.

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Secondo Johan Huizinga, l’uomo ha sempre avuto bisogno di crearsi un luogo “liminale” in cui rielaborare e sfogare la parte aggressiva ereditata dai suoi avi: ad esempio, le giostre medievali, fatte solamente durante le occasioni di festa (ovvero quando il tempo quotidiano si fermava e si entrava nel luogo “liminal”e scisso dalla vita “normale”, di tutti i giorni) rappresentano i primi archetipi di questa spinta a soddisfare il bisogno di aggressività. Altro esempio sono i carnevali. A tal proposito, Zygmunt Bauman scrive nel suo libro Vite di corsa: «I carnevali, come ha memorabilmente suggerito Mikhail Bakhtin, tendono a essere interruzioni della routine quotidiana, brevi ed esilaranti intervalli tra momenti successivi di quotidianità monotona, pause nelle quali la gerarchia mondana dei valori viene temporaneamente rovesciata, gli aspetti più orrendi della realtà vengono per un breve momento messi da parte e le forme di condotta che nella vita “normale” si considerano vergognose e proibite vengono praticate ed esibite apertamente, in modo ostentato e con grande piacere».

violence_2246622cTutto ciò a testimoniare questo bisogno di spezzare le catene della routine e sentirsi più vicini ad un ritorno allo stato di natura, selvaggio, con regole proprie. E’ difficile condividere questa prospettiva, ovvero che l’illegalità possa essere accettata, compresa e compatita, soprattutto perché le regole esistono affinchè tutelino tutti e non solo una piccola parte della popolazione. Il problema è che la nostra “società liquida”, nella quale lavoro, doveri e impegni sono sempre incessanti ogni singolo giorno della settimana, non permette di spezzare le catene che ci imprigionano alla quotidanità monotona, senza alcuna possibilità di sfogare gli istinti primordiali, con conseguente propensione a frustrazione e violenza. Ovviamente non è necessario riesumare gladiatori e belve feroci oppure uno scenario “alla Fight Club”, tuttavia, permane il problema del lato animalesco ed istintuale che si insinua nell’animo umano, che non può essere sedato o estinto.

Per quanto riguarda la questione della legalità o, piuttosto, del rispetto delle regole, prendo in prestito dal Prof. Sergio Tramma alcuni concetti dal suo libro Legalità illegalità – il confine pedagogico. Innanzitutto, mi rivolgo ai giustizialisti, anche quelli più moderati, prendendo in esame il circolo “norma – infrazione – sanzione”. Il principio di questo circolo si fonda sul rispetto delle leggi grazie alla paura della sanzione; tale metodo, tuttavia, non fa altro che incentivare il fascino per la trasgressione, che porta ad infrangere anche le più basilari e tacite regole di civile convivenza. Applicare pene più severe ed esemplari ai trasgressori non è un metodo adatto per incentivare il rispetto delle regole, in quanto la sanzione (anche e soprattutto quando diventa pena detentiva) non è compresa in quel percorso di formazione dell’individuo, che dovrebbe portarlo ad un cambiamento verso l’ideale di cittadino auspicato dalla società.

Anche i metodi più rigidi sono sconsigliati (vedi il disumano “Metodo Ludovico” di Arancia Meccanica ossia una sorta di “lavaggio del cervello”); spesso questi metodi estremi sono infatti maggiormente dannosi, ancor più dei metodi pedagogici negativi, che non prevedono nessun intervento in quanto si preferisce non fare nulla piuttosto che intervenire e causare ulteriori danni.

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In sostanza, la soluzione è evitare l’allontanamento del trasgressore per separarlo dalla società, piuttosto reintegrarlo attraverso un percorso pedagogico che esuli dalla demonizzazione e dall’etichettamento. E’ necessario un lungo percorso di comprensione (anche rispetto al nostro punto di vista sull’argomento); è necessario incentivare l’individuo ad accettare le regole non in virtù di una sanzione a seguito di un’infrazione, piuttosto perché essa è intrinsecamente giusta.
Soluzione semplice e banale? Certo, ma proprio per questo è l’unica soluzione reale e pratica che potrebbe migliorare le cose (oltre al fatto che ciascuno dovrebbe ritagliarsi uno spazio “liminale” all’interno del quale, nel rispetto delle leggi, possa sfogarsi). Una soluzione del genere è, d’altro canto, anche utopica: chi inizia a rispettare le leggi e le regole perché sono giuste e basta? Inoltre, in un Paese come l’Italia, dove la memoria è corta, chi può iniziare a farlo quando la frase ricorrente è “così fan tutti?”.

In effetti l’apprendimento della legalità ha tra i suoi metodi quello dell’apprendimento per imitazione o adeguamento, quindi non è per nulla retorico o populista sostenere che in primis bisogna dare il buon esempio. Basta una piccola azione, in realtà: mettere da parte la logica imitativa o di adeguamento, conoscersi meglio e sfogare la propria aggressività nello sport potrebbero essere soluzioni valide, sempre comunque nella consapevolezza che le regole devono essere sempre rispettate a prescindere.

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