Le lettere di Berlicche, il libro – recensione

www.mondadoristore.itConosciamo un po’ tutti l’autore de Le cronache di Narnia (1949-1954). Pochi però ricordano che è anche il padre di una trilogia di fantascienza1 che lo colloca a buon diritto tra i massimi autori del genere. Pochissimi, probabilmente, sanno che Clive Staples Lewis (1898-1963), perlomeno dal 1931, era cristiano: e tra le tante sue opere, ci ha lasciato The Screwtape Letters (1942), noto qui in Italia come Le lettere di Berlicche.

Lo scenario proposto dal libricino, tecnicamente un romanzo epistolare composto di trentuno brevi lettere, è divertente è agghiacciante al tempo stesso. I diavoli non solo esistono, ma il loro Inferno è, oltre che un luogo di tormento, una macchina burocratica che spedisce sulla Terra i junior tempters, diavoli di basso rango all’inizio della carriera, ognuno dei quali ha in affido un paziente (così ci chiamano) allo scopo di dannarlo. Le lettere sono dirette da Screwtape (Berlicche), potente funzionario infernale che quand’era tentatore junior ne ha viste di ogni, al suo inetto nipote Wormwood (Malacoda), il quale ha in affido il suo primo paziente (un anonimo giovane inglese) e necessita dei consigli del potente zio per portare a termine il suo compito.

Con sprezzante impazienza e demoniaca erudizione, Berlicche istruisce Malacoda su come si danna un’anima umana: o, se vogliamo dirlo più laicamente, come la si rende infelice e insoddisfatta in questa vita, «lontano dalla Luce e nel Nulla» (p. 54). Cosa bisogna tenere fuori dalla testa di un essere umano? Cosa bisogna invece suggerirgli di fare? Atei o credenti che siamo, assistiamo con angoscia allo spettacolo di Berlicche che insegna come trasformare ogni gioia della nostra vita (sesso compreso: su questo argomento Lewis non ha alcuna censura) in una cosa insensata e dolorosa.

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Il Paziente va in chiesa? Malacoda dovrà fargli notare quanto sono brutte le canzoni, quanto strana la liturgia, quanto ridicoli e fastidiosi i suoi vicini di panca: dovrà fargli pensare, senza alcuna ragione logica, che se tutto questo è sgradevole, altrettanto sgradevole sarà la religione. Il Paziente prega per la salute di sua madre? Malacoda dovrà indurlo a pregare non per cose concrete, come i suoi dolori reumatici, ma per cose “spirituali”, quali i peccati di lei: e così facendo, a considerarsi migliore. Il Paziente compie un’azione generosa? Malacoda dovrà fargli notare insistentemente che è stato generoso, e indurlo a credersi tale sempre e comunque. E così via fino alla dannazione eterna, la quale si riassume, nelle parole di Berlicche, nel diventare cibo per Nostro Padre di Laggiù.

Il diavolo è sempre infelice, sempre vuoto, ha sempre fame, e meccanicamente mangia la libertà e la volontà degli esseri umani, condannato a non riempirsi mai: «una brama che aumenta continuamente per un piacere che continuamente diminuisce» (p. 40), davanti al triste spettacolo di Dio che, invece, «possiede la pienezza e trabocca» (p. 36).

L’opinione corrente sul Cristianesimo è che esso consideri alcune cose buone, e altre cattive di per sé. Lewis corregge il pregiudizio una volta per tutte. Nulla è buono o cattivo di per sé: non si tratta che di materia prima, che può essere volta al male o al bene (p. 82): al nostro male o al nostro bene, non tanto ad un male o un bene astrattamente stabiliti da Dio.

E questo male che Berlicche promuove, se guardiamo bene al suo fondo, non è il tormento infernale, o la condanna di Dio: di fatto non è altro che l’infelicità che noi stessi ci procuriamo, e nella quale, sogghigna Berlicche, cadiamo con facilità impressionante.Npta


Nota:Le edizioni di riferimento sono: C. S. Lewis, The Screwtape Letters. With Screwtape proposes a Toast, New York 1996, e id., Le lettere di Berlicche, Milano 2014.

1 Out of the silent planet (1938), Perelandra (1943), That Hideous Strength (1945).

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