Una volta ho conosciuto un tizio

Il titolo no, non è un gioco di parole, anzi sembra la frase di una hit dei Ramones, i personaggi sono come delle figurine consunte di quella collezione sconosciuta lì, i luoghi li hanno strappati da una rivista di viaggi e il protagonista è un imitatore di Nick Cave col tempo cristallizzato intorno. O forse è addirittura antecedente Cave.

Frizzante, spudorato, pungente e ironico. Visionario ma realista. È un capolavoro cinematografico preciso e coinciso, un esempio di sceneggiatura possente e realizzazione virtuosa. È un film scorretto, scandaloso, sbagliato, stronzo, ma che fa impazzire dal primo all’ultimo fotogramma. È il ritratto senza ghirigori di un mondo giovanile sconosciuto ed intrigante, di una società in bilico tra la un passato calmo e un futuro frenetico. È la vita di Danny interpretato da Noah Taylor, che vive, da inizio a fine film, e si cura di fare solo quello. E morì con un Felafel in mano. È questo film dal titolo impensabile che sembra una freddura, dalle tinte decise e il taglio modernista, ed è talmente unico nel suo genere che nemmeno ne ha uno. È di Richard Lowenstein, è del 2001, è tratto dal romanzo cult di Birmingham, non è psichedelico ma ha una sana parte di follia espressiva.

Da giovani si possono avere le vite più schifose e frustranti possibili, ma si tira sempre avanti, drogandosi di musica, sesso, libri, sigarette, folli convinzioni e immaginazione. Ci sono tutti quelli che sarebbero stati astronauti, poi le ballerine, le monotone e banali principesse, i futuri soldati, rockstar, scrittori. Tante vite vissute in tre minuti di brano e cinque tiri di Marlboro. Quando si esauriscono i sogni e le astrazioni sul futuro si resta in bilico: di solito è per un paio di anni, a volte per pochi mesi, in questo caso per parecchi anni.

Danny è un uomo, potrebbe avere dei figli e una moglie con lo chignon, anche la sua migliore amica Sam, e la singolare amica Anya, e i suoi svariata coinquilini, sono tutti adulti, esseri umani che hanno finito di crescere. Le loro vite invece sono ancora sospese tra l’adolescenza svampita e lunatica in cui non vogliono categoricamente ritornare e l’incerto e un po’ minaccioso mondo della totale maturità, dei piani per il futuro e delle preoccupazioni esistenziali. Danny vuol fare lo scrittore, nel film scrive due righe e un racconto per Penthouse. Mentre gli altri attorno a lui vagano e si scontrano alla ricerca della loro strada, Danny è fermo, osserva il mondo che lo trascina, ne subisce, ahimè, le conseguenze, contribuisce involontariamente a modificare gli altri, che però ce ne mettono a modificare lui, e solo Sam alla fine colpisce nel segno.

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Felafel, come viene abbreviato dai cinefili, è un docu-film per definizione. Racconta la vera realtà di quella generazione a metà che non vuole cominciare a contare gli anni che ha. Gruppi eterogenei ed eclettici di ragazzi, tra i venti ed i trenta, riuniti in case comuni, che vivono di sussidi di disoccupazione, tentando di inseguire le loro passioni ma evitando la consapevolezza della loro situazione, tra un amico ospitato nell’armadio e un hamburger appiccicato al soffitto, gli scontri di una convivenza forzata per scelta.

img3Un film ricco già in scrittura, e ulteriormente farcito da una mole di riferimenti culturali, e anche cinefili, perle musicali, sequenze ed inquadrature pazzesche e battute che meritano un posto al fianco del “che dici a me?” di Travis Bickle. E più di tutto da Noah, nella parte perfetta, sognante e un po allucinato, a tratti alter ego dello stesso Lowenstein, un equilibrio perfetto.

Peter Pan diceva di non voler crescere, Dorian Gray di non voler invecchiare, il nostro Danny dai capelli scarmigliati dimostra che anche crescendo qualcosa in bilico rimane, sempre. Per questo il film Felafel intriga e invoglia così tanto, come un dolce di pasta di mandorle, di cui non si è mai abbastanza sazi.

C’è qualcosa di tutti in uno o più di quei personaggi, stereotipati come maschere, ma in fondo siamo tutti la riflessione di uno stereotipo, siamo tutti personaggi, e potremmo tutti morire col prossimo Felafel. Attenti a voi.

P.S. per non risparmiarvi quella faccia stranita/basita di quando lo scoprirete, non scrivo cosa significa il titolo. Buon Felafel!

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