Il puzzle Libico: la situazione attuale e i rischi d’intervento

Al quarto anniversario dall’inizio delle rivolte a Bengasi, appare drammaticamente chiaro che la pessima gestione della transizione verso la democrazia ha ridotto letteralmente a pezzi la Libia, con diverse fazioni impegnate a combattersi, in un “tutti contro tutti” in cui le alleanze e i giochi di potere cambiano molto rapidamente. Questo vuoto di potere ha favorito l’insorgenza di diversi gruppi fondamentalisti islamici, alcuni dei quali hanno stretti contatti con lo Stato Islamico e agiscono come alleati del Califfato proclamato a Raqqa. A questi si aggiungono le tribù nomadi del sud, le quali combattono per diritti elettorali e per difendere le proprie linee di movimento attraverso il deserto e ben due governi, che cercano di estendere la propria influenza su tutto il paese.

Moammar Gadhafi , Silvio Berlusconi

270px-Seal_of_the_National_Transitional_Council_(Libya).svgDopo la morte di Gheddafi nell’ottobre del 2011, il potere passò al Consiglio Nazionale di Transizione con il compito di creare uno Stato democratico. Nell’agosto dell’anno seguente il Consiglio lasciò il posto ad un Congresso Nazionale (di ispirazione islamista moderata) che si pose l’obiettivo di scrivere una Costituzione e portare il paese a libere elezioni. Il primo ministro Abderahim al-Kib cedette il passo ad Ali Zeidan, il cui governo cominciò a mostrare i primi segni di logorio e di incapacità di esercitare la propria sovranità sull’intero paese. Basti pensare che Ali Zeidan stesso venne rapito per breve tempo l’anno seguente.

Il problema principale a questo punto fu il fatto che, oltre al mancato sviluppo delle istituzioni democratiche, nessuna delle milizie formatesi durante la lotta contro il regime aveva ceduto le armi, ma anzi aveva creato delle vere e proprie enclave all’interno del paese libico. La situazione esplose con i risultati delle elezioni del maggio 2014, imposte dopo la c.d. “Operazione Dignità” con cui l’esercito attaccò a Bengasi gli alleati fondamentalisti del Congresso Nazionale che aveva prorogato il proprio mandato in completa autonomia. Le elezioni, (caratterizzate da bassa affluenza) videro i candidati islamisti sconfitti: le milizie di ispirazione islamista moderata che tre anni prima avevano combattuto contro la dittatura si riunirono a Misurata sotto la bandiera di Alba Libica. Da qui si mossero verso ovest lungo la costa, sconfiggendo le truppe tribali provenienti da Al-Zintan e prendendo Tripoli. Il governo internazionalmente riconosciuto, ora presieduto da Al Thani, si vide quindi costretto a riparare a Tobruk, al confine con l’Egitto. Tutte le sedi diplomatiche dei paesi stranieri a Tripoli vennero chiuse, con la sola eccezione di quella italiana che è rimasta aperta fino a pochi giorni fa.

HaftarDurante l’estate 2014 la situazione si è frammentata ulteriormente, con la coalizione di Alba Libica che ha cominciato a mostrare le prime crepe, in particolar modo tra le forze fedeli a Misurata (Scudo della Libia Centrale e Occidentale e Terza Forza) e il resto delle milizie islamiste più estremiste, le quali annoverano le organizzazioni fedeli allo Stato Islamico e ad Al Qaeda, nonché Ansar Al Sharia (la “filiale” locale di Al Qaeda in Libia). I motivi della rottura stanno principalmente nella volontà o meno di trovare una soluzione politica congiunta con il governo di Tobruk. Alba Libica e Misurata si trovano pertanto in una posizione piuttosto difficile: evitare di perdere ulteriori alleati il cui unico obiettivo è eliminare il generale Haftar (a capo dell’Operazione Dignità e ora vicino al governo internazionalmente riconosciuto) e, contemporaneamente, cercare con questi una soluzione politica.

L’elemento tribale in Libia è probabilmente il più difficile da esplorare: dotati di una notevole capacità combattiva dimostrata a più riprese durante la guerra civile del 2011 dove funsero da elemento decisivo nello sbloccare diverse situazioni di impasse, si sono in parte schierate con Alba Libica, mentre altre forniscono appoggio esterno al fronte fondamentalista non tanto per motivi ideologici ma rigorosamente in difesa dei propri interessi: gli obiettivi principali sono la tutela delle vie carovaniere che le tribù nomadi nel sud del paese utilizzano per spostarsi e la difesa del proprio principio di rappresentanza presso il governo centrale.

libia2Nel frattempo, le forze dello Stato Islamico si sono arroccate presso la città costiera di Derna, situata nell’est del paese, che è stata dichiarata come parte del califfato di Raqqa. Tra chi occupa la città non sono molti gli affiliati all’Isis veri e propri, ma si tratta perlopiù di organizzazioni che hanno giurato fedeltà al Califfato. Altra città in cui Isis e alleati erano riusciti a prendere piede è Sirte, obiettivo simbolico in quanto città natale di Gheddafi situata a metà strada tra Tripoli e Misurata, nella quale però le forze jihadiste sono state pesantemente impegnate dagli ex alleati di Alba Libica e, secondo Al-Jazeera, sconfitte e scacciate dalla città. Nei giorni scorsi, inoltre, in rappresaglia all’esecuzione sommaria di trenta lavoratori egiziani di fede cristiana copta, le forze aeree egiziane hanno compiuto diversi raid su Derna colpendo diversi obiettivi. Fonti dello stesso esercito egiziano dicono di aver ucciso sessantaquattro effettivi, tra cui tre alti profili (leader). Al momento l’esercito egiziano starebbe pianificando in completa autonomia un intervento di terra su Derna.

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Nonostante le azioni dell’esercito egiziano, tuttavia, sembra che la presenza in loco dei gruppi fondamentalisti sia notevole, e una presenza di questo tipo preoccupa e intimorisce i governi dell’Europa Meridionale che si sono già rivolti all’ONU per prendere in esame le diverse possibilità d’azione: un intervento esclusivamente diplomatico avrebbe come obiettivo quello di riunificare gli intenti del governo tripolino e di quello di Tobruk in chiave antifondamentalista. Un intervento militare, al contrario, si potrebbe svolgere secondo due modalità: la prima è quella di una “guerra per procura”, ovvero consegnando agli eserciti stranieri un ruolo di appoggio alle sole forze del governo internazionalmente riconosciuto. Tale ruolo prevede operazioni di ammorbidimento della resistenza avversaria con bombardamenti e azioni su obiettivi sensibili, raccolta di informazioni d’intelligence, imboscate, uccisioni mirate e via dicendo (sostanzialmente ciò che diversi paesi occidentali stanno già facendo in Iraq). La seconda opzione, molto più remota, è l’intervento militare con “gli stivali sul terreno”, quindi con l’intervento di una coalizione internazionale forse a guida ONU che elimini di fatto la minaccia jihadista nel paese, neutralizzando i reparti dell’Isis, di Al Qaeda e degli alleati e forse con compiti di interposizione tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk, nell’attesa dell’implementazione di nuovi accordi che portino ad un cessate il fuoco e ad una riunificazione del paese.

immagineDal punto di vista europeo, la riunificazione dei due governi è la soluzione più auspicabile, ma che presenta anche notevoli rischi di insuccesso diplomatico in quanto si gioca molto sull’opposizione all’ala estrema dei fondamentalisti islamici, con le forze fedeli a Misurata che dovrebbero accantonare Haftar come nemico principale e concentrarsi su Isis e Al Qaeda. I rischi di un intervento in appoggio al governo di Tobruk consistono nell’eventuale perdita di uomini e nella probabilità che le forze del governo legittimo non riescano a riguadagnare posizioni né sull’Isis né, tantomeno, su Alba Libica in quanto notevolmente indebolite dagli ultimi mesi di conflitto. Un intervento su vasta scala è ancora più rischioso, in quanto lo scenario è effettivamente molto frammentato e le alleanze tra i diversi gruppi cambiano con grande imprevedibilità. Il rischio è quello di incancrenire ulteriormente la situazione fomentando l’odio verso i nuovi invasori e ricompattando così il fronte islamista, aumentando la probabilità di perdere effettivi e risorse.

Concludendo, una guerra per procura è un’opzione auspicabile solo dopo aver riunito il governo islamista di Tripoli e quello di Tobruk, che sarebbero quindi in grado di stringere in una morsa le forze estremiste. Dato lo stato attuale delle cose, tuttavia, un obiettivo del genere è complesso da raggiungere e passa attraverso la volontà del governo legittimo di concedere maggiori diritti e maggiore democrazia, una volta giunti alla ricomposizione del conflitto.

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