Il Nemico alle porte: ostacoli alla risoluzione della crisi ucraina

Dopo i colloqui di pace di Minsk tra il governo di Kiev e i separatisti della Nuova Russia (ad oggi riconosciuta solo dall’Ossezia del Sud, Stato privo di riconoscimento internazionale) del settembre 2014, la crisi Ucraina sembrava avviarsi a conclusione con la firma di un memorandum in nove punti: oltre al cessate il fuoco si stabilì anche una fascia demilitarizzata larga trenta km. Le disposizioni del memorandum furono costantemente violate da ambo le parti e si rese necessario un nuovo incontro, sempre a Minsk, tenutosi il nove dicembre in cui si disponeva, oltre al cessate il fuoco, anche la creazione di una nuova fascia senza armi pesanti. La situazione, tuttavia, evidenziava un sempre maggiore scollamento tra gli obiettivi diplomatici e l’attualità militare: anche questo negoziato è rimasto lettera morta, con gli scontri che proseguono a tutt’oggi.

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Al momento la situazione militare è la seguente: i separatisti si sono accordati con il governo di Kiev per aprire un corridoio umanitario nei dintorni del villaggio di Debaltseve in modo da evacuare i civili, accordo ottenuto in seguito all’incontro tra Putin, Merkel e Hollande. Sia l’esercito lealista che i separatisti sono arroccati sulle loro posizioni nell’est da Dicembre: l’esercito è entrato a Lugansk ma ha perso il controllo sull’aeroporto di Donetsk (ormai completamentte diroccato). I bombardamenti continuano da ambo le parti ma i movimenti di truppe sul terreno sono alquanto limitati.

crisi-ucraina-kievL’attuale incapacità della diplomazia diretta è dovuto a diversi fattori: uno di questi è la volontà dei separatisti di voler proseguire i combattimenti e di non voler cercare ulteriori accordi per ottenere dei cessate il fuoco, così come annunciato il ventitrè gennaio da Alexander Zakharchenko. Sin dall’inizio i separatisti hanno cercato di connotare la propria azione come una lotta antifascista attirandosi le simpatie di diversi partiti politici europei di sinistra: hanno avuto buon gioco in quest’operazione dal momento che sia tra le truppe irregolari ucraine (in cui troviamo i guerriglieri di “Praviy Sektor-Settore Destro”) che tra i ranghi della Guardia Nazionale Ucraina (che annoverano il battaglione Azov che si fregia del Dente di Lupo) diversi gruppi si definiscono nazifascisti. Dalla parte dei separatisti, tuttavia, la vicinanza politica e ideologica dello stesso Zakharchenko ad esponenti della destra nazionalista russa (Dugin su tutti) evidenzia come il discorso politico manchi di coerenza. Le risorse in termini bellici e finanziari vengono in gran parte fornite dalla Russia, nonostante quest’ultima continui a negare un ruolo che non sia quello puramente umanitario.

Altro fattore di difficoltà nei colloqui sta nell’atteggiamento del governo di Kiev, spesso restio anche solo a considerare i separatisti come un interlocutore credibile, che preferisce invece scaricare le colpe sulla Russia indicandola come “potenza ostile” al fine di ottenere un intervento da parte della NATO che vada oltre la semplice fornitura di armi e mezzi (ipotesi, quest’ultima, ventilata da John Kerry). Per certi versi è possibile rintracciare in questo atteggiamento uno dei motivi che avrebbero contribuito alla decisione di Zakharchenko di chiudere tutte le opzioni diplomatiche. Alle possibilità di nuovi colloqui di pace non giovano nemmeno gli attacchi ai civili delle città principali, al di là del riconoscimento delle responsabilità: secondo rilevazioni ONU, nel solo periodo compreso tra il tredici e il ventuno gennaio ben 262 persone sono rimaste uccise nel corso degli scontri.

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Dati questi ostacoli, quindi, la diplomazia ha deciso di aggirare i canali diretti tra i due attori e cercare di arrivare a nuovi colloqui: al summit di Mosca che ha visto protagonisti Putin, Merkel e Hollande, il presidente Russo ha compiuto un cambio di rotta rispetto alle dichiarazioni dell’autunno (dovute forse alla crisi economica che si è scatenata nel paese) esprimendo la volontà di trovare un accordo e di porre fine alle ostilità. Le soluzioni proposte contemplano la concessione di autonomia alle tre regioni separatiste del Donbass, senza violare ulteriormente l’integrità dello stato ucraino e l’interposizione di forze ONU. Dal canto suo, Hollande ha espresso quanto sia necessario giungere ad un accordo, in quanto l’altra opzione è la guerra, mentre Frau Merkel parla di “successo incerto”, sottolineando la difficoltà e la complessità di questi negoziati.

Concludendo, nella giornata di lunedì verrà completata la stesura del pacchetto di misure e mercoledì a Minsk ci saranno nuovi negoziati con Francia, Germania, Russia e Ucraina: assenti esponenti delle forze separatiste, con la sola Russia a rappresentare le loro istanze e assumendosi le responsabilità legate a tale ruolo, nel tentativo di ritagliare un corridoio di contiguità territoriale con la Crimea.

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1 commento
  1. fausto ha detto:

    “…l’esercito è entrato a Lugansk…”

    Dalle frammentarie notizie disponibili parrebbe di no; sicuramente sta bombardando a tappeto la città con eccellenti risultati.

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