Damon Albarn, Everyday Robots – la recensione.

Damon Albarn è uno dei pochi compositori contemporanei molto sottovalutati e troppo poco sutto i riflettori. Blur e Gorillaz, dagli anni 90 (ed il britpop) agli anni 00 (e l’elettronica). Un Cantautore a cavallo dei due secoli. E perché non chiamarlo proprio cantautore, come è giusto che sia, dando senso al signifcato del termine, ridandogli dignità e serietà.

damonAlla prova solista Damon Albarn non soprende, ma conferma la sua bravura nel mescolare le carte dl gioco compositivo in maniera omogenea tirando in ballo musica etnica, strumenti classici, elettronica e quello stile british nello sguardo sul mondo, anche personale dell’essere umano.

Questo è uno dei dischi migliori (personalmente) usciti nel 2014 e non amando tanto i cantautori è stata una magnifica sorpresa per le mie orecchie. Era tanto atteso questo debutto solista dell’ex Blur e così tanto atteso e chiacchierato che lo avevo quasi bollato su due piedi come un ennesimo, patetico tentativo di un ex-di-qualche-gruppo-pop-famoso-che-si-è-sciolto-ed-ha-bisogno-di-soldi, per poi venirne invece completamente travolto al primo ascolto.

Oddio, la voce di Albarn è sempre quella, particolare, con l’accento british quasi biascicato di manchester. Ma a sorprendere assolutamente è il risultato. Ci si può aspettare di tutto da un compositore inglese con quella pioggia grigia tipica della terra di albione sempre nel cuore, ma di certo non i primi secondi del primo brano. Archi e drum machine. Si prosegue con questa commistione dolceamara e malinconica di acustico ed elettronico per tutto il disco, con ballate, grigie, ma non tristi, semplici ma non banali. Sembrerebbe tutto normale, middleclass quasi se non fosse per una particolarità che fa di questo disco una perla: la scelta degli strumenti.

Partendo dal piano che suona umido, umanamente stonato ad un primo ascolto, di sicuro non è un piano elettrico ma uno di quelli in legno, magari anche vecchi. E puoi sentire il martello che picchia sulle corde appena si preme il tasto, ne puoi vedere il bianco e nero dei tasti, ne senti il profumo del legno. Poi le chitarre acustiche. Nulla di squillante e brillante, anzi, molto morbide nelle note basse e dolci in quelle alte. Di certo non strumenti moderni fatti per musica di massa.

Poi gli archi che seguono partiture molto particolari, fatte a posta per cullare e accompagnare, ma non gratificare l’ascoltatore come se fossero ruffiani o ammiccanti note confezionate appositamente per piacere ad ogni costo. Lo spaesamento finisce quando parte la dolce Lonley Press play, un bel singolone con tutto quello che serve per scalare le vette più impervie degli scettici: anche qui archi, melodia, quel piano crooner e la drum machine meccanica che ti da proprio la sensazione di uno scatto meccanico – press play appunto.

bigpackshot

La voce di Albarn non è snaturata da effetti elettronici, e di certo l’uso della batteria elettronica e campionamenti vari è assolutamente una scelta stilistica e non una stretta necessità. Mr Tembo è quella cosa che ti fa balzare sulla sedia: dove siamo? Dall’accento di Albarn di sicuro in inghilterra, ma come sonorità siamo in un posto esotico, ed il coro gospeliano del mississipi aggiunge fragranza alla canzone che spezza quel grigio aprendo ad un cielo un po’ più limpido. Anche qui la differenza della scelta delle sonorità, assolutamente antipodiche al sintetico del pop moderno, tutto piatto invece come un unico ammasso di rocce. In questo disco la terra è più morbida e varia, dalla sabbia di una spiaggia al brullo della campagna, fino alle rocce delle montagne solitarie.

Everyday Robots è un disco molto lungo (con ben dodici tracce) per essere un album solista. Parakeet spezza il ritmo nei suoi 43 secondi ed apre una seconda parte del disco che comunque non soffre di contraccolpi, scorre tutto liscio e piacevole perché molto vario nell’ispirazione e nelle scelte compositive che testimoniano la maturità di Albarn, anche nei testi, dove risulta quel disilluso ottimista che lo ha sempre contraddistinto nei Blur (da Country House fino a Ambulance). The Selfish Giant è un altro dei grandi pezzi del disco, ma la menzione per la lode va al pezzo conclusivo, che sugella e sigilla uno dei più bei dischi del 2014, Heavy seas of love, di una semplicità ed intensità incredibili! Infine, the History of a cheating heart: quella chitarra acustica particolare, appunto, non squillante, non finta, ma umana che accompagna questa grandissima e spettacolare ballata che ricorda tanto Nick Drake, ma lo attualizza, rendendo un brano semplice e “scarno” un grande pezzo che da solo vale tutto il disco.

Se prendiamo alla lettera il titolo, Albarn ci ha illuso, ma ascoltando ci ha fatto sognare, innamorare, anche divertire nei momenti più particolari del disco. Che dire, un bel 9 all’ex Blur ed anche l’abbraccio accademico per questa laurea in composizione e scrittura. Con buona pace dei fratelli Gallagher.

 

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